Ankara, 7 lug. (askanews) – Se il tempismo è tutto nella vita, è davvero difficile pensare che il ritardo con cui Giorgia Meloni (pur nota per non essere puntualissima) è arrivata alla cena offerta per i leader del vertice Nato, sia stato puramente casuale. Tailleur nero con pantalone, la premier varca il portone del palazzo presidenziale di Ankara qualche minuto dopo che il padrone di casa, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e quello americano Donald Trump, hanno fatto il loro ingresso lasciandosi alle spalle il portone che si chiudeva. Quello che succederà nel corso della cena non sarà però indifferente, dal momento che la presidente del Consiglio condivide il tavolo proprio con i due leader, oltre che con il segretario dell’Alleanza Mark Rutte, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e quello britannico (dimissionario) Keir Starmer.
Dunque, una occasione di confronto tra Meloni e il numero uno della Casa Bianca molto diverso da ipotetici incroci in una stanza condivisa modello G7 che pure, da palazzo Chigi, hanno più volte ribadito che la premier in quel di Ankara non avrebbe cercato. Dopo il meme in cui Trump evocava un ordine di restrizione nei confronti della presidente del Consiglio, infatti, l’ordine di scuderia è stato quello di non commentare. E la linea viene ribadita anche appena atterrati in Turchia, dove il numero uno della Casa Bianca – sempre prodigo di dichiarazioni – rispondendo a una domanda dei giornalisti è tornato proprio sulla questione dei suoi rapporti con Meloni, con un approccio un po’ bastone e carota. Da una parte la carezza, “mi piace, è una brava persona”, dall’altra lo schiaffo, “non c’è stata per noi, ha rifiutato di aiutarci”.










