Per annunciarlo, la prima parola scelta dall’Ukraynska Pravda, è inequivocabile: “ofitsiyno”, cioè ufficialmente. È ufficialmente e definitivamente vero che la rocambolesca fuga di Anastasia Berezovska si è chiusa in maniera misteriosa e oscura a Kiev, dove è stato rinvenuto il suo cadavere circondato da bossoli.
La cercava il Principato di Monaco. La cercava Parigi. La cercava l’Interpol. Alla fine l’ha trovata Kiev, ma l’ha trovata morta. Il corpo dell’attentatrice che ha tentato di togliere la vita all’oligarca Vadim Yermolayev e alla sua famiglia con una bomba nel principato di Monaco è stato ritrovato nei pressi della capitale, intorno alle undici di sera del sei luglio scorso, con evidenti ferite da arma da fuoco.
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Se il cerchio si è stretto intorno all’ucraina è perché, subito dopo il rientro in patria, ha ripreso i contatti con i suoi familiari, ma anche con i due uomini che sono stati accusati di averla uccisa: si tratta di un ufficiale dell’intelligence di Kiev in servizio e un ex agente delle forze dell’ordine. Entrambi, accusati ora di omicidio premeditato commesso in concorso, hanno confessato il delitto, ammettendo di aver inviato pagamenti, effettuati tramite bonifici bancari e criptovalute, alla donna per assassinare il quarantacinquesimo uomo più ricco d’Ucraina, il cui volto era immancabile nelle liste dei Paperoni di Forbes. Secondo il quotidiano Strana e le sue fonti, l’attentato sarebbe costato complessivamente 150 mila dollari. Ad Anastasia Berezovska, però, ne sarebbero arrivati soltanto ottomila, mentre altri cinquemila sarebbero stati spesi per il viaggio e i trasferimenti.










