«Economia della nostalgia». Così il regista Luca Guadagnino ha definito la tendenza di Hollywood a puntare su sequel, reboot e revival, stroncando in particolare «Top Gun: Maverick», film di grande successo del 2022 seguito di «Top Gun» del 1986. I sequel fatti a lunga distanza dal film precedente in effetti puntano molto sulla nostalgia, basti pensare al recente «Il diavolo veste Prada 2» (uscito vent’anni dopo il primo film) e al suo notevole successo sul pubblico, soprattutto femminile. Ma, se sono numerosi i film di questo tipo che spesso deludono al tempo stesso pubblico e critica, basti pensare ai seguiti di «Dirty Dancing» (del 2004, diciassette anni dopo il cult del 1987) e di «Basic Instinct» (del 2006, quattordici anni dopo il noir del 1992), «Top Gun: Maverick» non rientra nel gruppo. Quentin Tarantino ha elogiato il film diretto da Joseph Kosinski, affermando di averlo «fottutamente adorato», apprezzandone la cura e il profondo rispetto nei confronti del primo film e del suo regista Tony Scott. Il regista non è necessariamente affidabile come critico, il suo saggio «Cinema Speculation» del 2022 è più una (interessante) autobiografia cinematografica sentimentale che un libro di critica, e il fratello minore di Ridley Scott (secondo diversi appassionati non inferiore come regista) ha diretto «Una vita al massimo» (1993) su sceneggiatura (in buona parte autobiografica) di Tarantino, un film davvero “tarantiniano”, ma in questo caso si può essere d’accordo con lui. Il film riprende il personaggio di Pete Mitchell detto Maverick (un Tom Cruise ancora più carismatico e pochissimo invecchiato in trentasei anni) e ne prosegue la parabola narrativa. Non è più un giovane pilota, ma ha effettivamente modo di riscattare la morte dell’amico Goose nel primo film facendo da mentore al figlio. E l’incontro con il morente amico-rivale Iceman (un Val Kilmer malato che sarebbe deceduto tre anni dopo) è toccante anche da un punto di vista metanarrativo. Tarantino del resto aveva apprezzato molto anche il primo «Top Gun»: inoltre nel film del 1994 «Il tuo amico nel mio letto», diretto da Rory Kelly ha fatto un cameo nel quale sostiene, fra il serio e il faceto, che in fondo sia una storia sul conflitto interiore di un uomo alle prese con la propria omosessualità, come mostrato nella famosa scena del beach volley fra piloti (che peraltro all’epoca aveva fatto eccitare molte ragazzine). Se un sequel, seppure fuori tempo massimo, ripropone i personaggi principali e gli stessi attori, come è anche il caso di «Il diavolo veste Prada 2», sempre con Anne Hathaway e Meryl Streep (stavolta anche il regista, David Frankel) al tempo stesso cavalca la nostalgia ma ha pure chance di non deludere troppo.
Sequel fuori tempo massimo, la nostalgia può essere creativa
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