A cinquant’anni da uno degli episodi simbolo degli anni di piombo si chiude il processo sulla sparatoria della Cascina Spiotta, nelle campagne dell’Alessandrino, costata la vita all’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso durante il blitz che il 5 giugno 1975 portò alla liberazione dell’imprenditore Vittorio Gancia, sequestrato il giorno precedente dalle Brigate Rosse. La Corte d’Assise di Alessandria ha condannato l’ex brigatista Lauro Azzolini a sei anni di reclusione, pena che sarà eseguita in continuazione con quella inflitta dalla Corte d’Assise di Roma il 24 gennaio 1983 per il sequestro Moro e l’eccidio di via Fani.
Per Renato Curcio e Mario Moretti, invece, il procedimento si è concluso con una dichiarazione di prescrizione. I giudici hanno infatti riqualificato la contestazione riconoscendo il concorso in un reato diverso da quello originariamente ipotizzato dalla Procura, una fattispecie ormai estinta per il decorso del tempo.
Quel 5 giugno 1975 i carabinieri individuarono il casolare dove era tenuto prigioniero Vittorio Gancia, erede della nota famiglia di produttori di vino. Durante l’irruzione scoppiò un violento conflitto a fuoco tra i militari e il nucleo brigatista. A perdere la vita fu l’appuntato Giovanni D’Alfonso; altri due carabinieri rimasero feriti. Morì anche Mara Cagol, tra i fondatori delle Brigate Rosse e moglie di Renato Curcio, colpita durante lo scontro. Gancia fu invece liberato.











