di Renato Bazzinimartedì 7 luglio 20262' di letturaC’è uno strano senso di giustizia nel veder cadere le vecchie aristocrazie del pallone sotto i colpi della Norvegia. Prima l’Italia, poi il Brasile. Le Nazionali storiche continuano a gonfiare petti appesantiti da quattro o cinque stelle cucite decenni fa, illudendosi che il blasone nasconda il vuoto pneumatico di idee e organizzazione, e la Norvegia impartisce loro sonore sveglie.
Ci sentiamo quindi in dovere di rassicurare il ct Solbakken, che nel giustificato delirio post-partita ha battezzato il trionfo sul Brasile come «la notte più grande nella storia del calcio norvegese». Ne arriveranno di migliori. Magari già questo sabato (ore 23), nell’incrocio dei quarti contro l’Inghilterra, molto più forte e molto più umile del Brasile, ma alla portata dei vichinghi. Il modello norvegese svergognai nostri eterni convegni sulle riforme giovanili, partendo da una mossa politica che in Italia suonerebbe eversiva: uno statuto che vieta l’ossessione del risultato agonistico per i minori di 13 anni.PRESSIONI
Niente pressioni precoci, solo sviluppo ludico. È questo ecosistema protetto ad aver salvato talenti a fioritura tardiva come Haaland, che da bambino era esile e nel nostro tritacarne darwiniano basato sulla stazza sarebbe stato scartato. Il sistema norvegese scoraggia l’iperspecializzazione in uno sport e incoraggia la pratica di più discipline per forgiare muscoli forti e menti elastiche. Parallelamente, la Federazione bada al sodo muovendosi su due binari: costruendo oltre cinquecento campi in erba sintetica per garantire il calcio di base anche durante i mesi di gelo, e centralizzando lo sviluppo dell’élite con un’accademia nazionale dedicata alla fascia 13-16 anni. Non c’è alcun miracolo in questa cavalcata: c’è solo un progetto politico, sociale e culturale che va avanti da decenni.RACCOLTO








