Nelle settimane in cui Mosca finisce il carburante per colpa della raffinazione quasi azzerata, l’alleata Pechino si rivolge alla concorrenza, aumentando la richiesta di petrolio. Lasciando l’ex Urss in balìa di se stessa

Non è la prima volta che la Cina volta le spalle alla Russia. Solo che stavolta è diverso, in ballo c’è la sopravvivenza stessa dell’ex Urss. Nei giorni scorsi questo giornale ha raccontato la grave e a tratti grottesca crisi energetica russa. Poco petrolio, zero carburante. E intere regioni rimaste senza un gallone di carburante. Eppure, Mosca è ancora oggi il terzo produttore al mondo di greggio, eppure qualcosa si è rotto. Il grosso del problema sta nelle infrastrutture, per oltre un terzo messe fuori uso dall’artiglieria ucraina. Questo vuol dire che il Cremlino, almeno sul fianco Ovest non può raffinare. Di conseguenza, non può nemmeno estrarre e produrre, perché se poi si crea un eccesso di petrolio senza che possa essere lavorato, il prezzo crolla.

Certo, quel poco che ancora non viene raffinato, potrebbe essere venduto ai Paesi amici, specialmente chi di greggio ne ha bisogno perché ne ha poco. La Cina per esempio. Peccato che a Pechino tappeti rossi e strette di mano valgano solo per i fotografi. Poi, a luci spente, la musica cambia. Le industrie del Dragone stanno intensificando gli acquisti di petrolio dai produttori mediorientali, in particolare dai Paesi del Golfo. Praticamente la diretta concorrenza della Russia. Motivo? I forti sconti offerti dall’Arabia Saudita. La Cina ha acquistato almeno 26 milioni di barili di petrolio con consegna prevista a luglio o agosto, tramite gare d’appalto e acquisti una tantum da società commerciali, provenienti da Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq.