La recente nomina ai vertici dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) segna un punto di svolta non solo gestionale, ma profondamente strategico per il futuro digitale del Paese.Dopo la stagione fondativa guidata da un professore ordinario, necessaria per disegnare l’architettura scientifica e normativa dell’ente, e una successiva fase di consolidamento istituzionale e amministrativo affidata a un prefetto, l’arrivo di un manager di chiara estrazione industriale e tecnologica come Andrea Quacivi traccia una rotta precisa.Questa transizione verso una guida aziendale coincide con un vivace dibattito attorno a un possibile riassetto del comparto cyber italiano. Il rischio concreto, tuttavia, è che il confronto si polarizzi attorno a una logica di pura redistribuzione di competenze e confini di potere tra il comparto civile, il ministero della Difesa e l’intelligence.La cybersicurezza moderna non può essere trattata come una torta da spartire: essa richiede un ecosistema integrato in cui ogni attore agisca come moltiplicatore di forza e nessuno venga indebolito. Per ispirare la nuova fase evolutiva dell’ACN, è dunque fondamentale superare i conflitti di attribuzione e guardare alle migliori pratiche internazionali, estraendone gli elementi più adatti al nostro tessuto economico e costituzionale.Indice degli argomenti