L'editoriale

Andrea Tancredi

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Dieci anni fa il mondo cambiò. Con la Brexit lo scenario, il linguaggio e le istanze politiche dell’Occidente entrarono definitivamente nel terreno dell’identity politics. Su quel cambiamento esiste ormai una letteratura ampia e approfondita, da Fukuyama in poi, e non serve qui ripercorrerla. Serve invece trarne una conseguenza che troppo spesso si preferisce non guardare in faccia.

In un mondo politico che ruota attorno all’identità, il vantaggio dell’identità più chiara e più definita è innegabile. Se gli schieramenti si costruiscono attorno a ciò che si è — o a ciò che si teme di non essere più — allora il nazionalismo, e con lui ogni forma di localismo, parte con un vantaggio strutturale. MAGA, Farage, Fratelli d’Italia non hanno dovuto inventarsi nulla: il loro nucleo fondante è già identitario, concreto, immediato. Dall’altra parte, l’area liberale, riformista e democratica ha provato a competere con identità nobili ma astratte, come l’europeismo, o con identità di riflesso, giocate sul terreno dell’avversario. Su quel campo la partita è persa in partenza: non per errori tattici, ma per costruzione. È difficile immaginare che la parte liberale e democratica dell’Occidente possa vincere una gara di identità contro chi dell’identità ha fatto la propria ragione sociale.