Quando nel 1997 terminò dopo oltre 150 anni il dominio inglese e Hong Kong venne restituita alla Cina, le architetture simbolo della città erano istituzioni finanziarie: la Hong Kong & Shanghai Bank di Norman Foster, la Bank of China di I.M. Pei, il Bond Centre di Paul Rudolph. Oggi i nuovi punti di riferimento sono musei. L’esempio più emblematico di questa stagione è l’M+, il museo globale di cultura visiva contemporanea progettato dagli svizzeri Herzog & De Meuron e inaugurato nel 2021. Fa parte del West Kowloon Cultural District, un grande sviluppo immobiliare che comprende anche il Palace Museum - un museo di arte antica - e un centro di arti performative. La missione di M+, quanto mai attuale, è quella di fare da ponte tra Oriente e Occidente, come racconta la direttrice Suhanya Raffel. Cosa significa M+, e qual è la visione dell’istituzione?«M+ ha alle spalle una lunga gestazione. Alla fine degli anni ’90 Hong Kong era una metropoli internazionale, ma non aveva grandi musei. La città si rendeva conto che per essere rilevante sul piano globale servono istituzioni culturali all’altezza. Prima della fondazione ci sono stati tre anni di consultazioni pubbliche per chiedere ai cittadini che tipo di museo desiderassero. Il comitato fondatore concordava sul fatto che dovesse mettere insieme molte discipline, ma non volevano usare parole come moderno o contemporaneo, che trovavano troppo legate al concetto occidentale di cosa è attuale. Prepararono un documento che descriveva la mission del nuovo museo, ma non riuscivano a decidersi sulle parole per descriverlo e dargli un nome. Uno dei progettisti nel comitato fece un bigliettino per sintetizzare quello che era stato discusso. M per museo, + per di più. Era un promemoria, ma è diventato esattamente quello che siamo: aperti, multidisciplinari, capaci di attraversare diversi linguaggi». Nelle gallerie convivono pittura, design, cinema, architettura…«Siamo un’istituzione per il XXI secolo capace di guardare alla cultura visiva degli ultimi settant’anni da una prospettiva asiatica, ma nel contesto di un dialogo internazionale. Abbiamo la collezione di arte cinese contemporanea di Uli Sigg, la più importante al mondo, di fianco al sushi bar di Shiro Kuramata o alle collezioni di Archigram». Cos’è oggi un museo globale, visto da una prospettiva asiatica?«A differenza di cento anni fa, viviamo bombardati da immagini e contenuti. La nostra esperienza quotidiana è immersiva e attraversa molte discipline. Il compito del museo oggi è rifletterne la complessità, distillare queste esperienze e renderle accessibili a pubblici diversi, dal visitatore più esperto a chi entra per la prima volta. Noi lo facciamo dal nostro punto di vista, quello di Hong Kong, quello dell’Asia nel XXI secolo, dove gli equilibri di potere e i cambiamenti nelle realtà economiche stanno diventando sempre più complessi, portando le tensioni politiche e sociali che tutti vediamo. Allo stesso tempo è un’epoca molto produttiva dal punto di vista creativo. Pensiamo ai manga giapponesi, al K-pop coreano, o al cinema New-Wave di Hong Kong, insieme all’arte radicale cinese degli ultimi quarant’anni del XX secolo. Queste cose formano un insieme dinamico che ha un’influenza globale, ha cambiato la vita delle persone in tutto il mondo». In questo senso M+ è anche parte di un processo più ampio di riposizionamento culturale non solo di Hong Kong, ma dell’intera Cina agli occhi del mondo?«Sicuramente. Chi ha viaggiato in Cina sa quanto sia ricca e complessa la storia culturale di questa parte del mondo: arte, architettura, design, cinema. Per molto tempo queste storie non sono state raccontate con la stessa visibilità nel contesto internazionale. Oggi c’è un grande lavoro da fare per condividere e spiegare questa complessità al resto del mondo». In pochi anni avete raggiunto numeri paragonabili ai grandi musei internazionali, come il MoMa di New York.«Accogliamo circa due milioni e mezzo di visitatori all’anno e l’84% del pubblico ha meno di 44 anni. È un dato che ci rende molto felici, perché significa che il museo parla a una generazione giovane, curiosa e molto aperta». Molti dei contenuti in mostra sono facilmente “instagrammabili”, ma il museo favorisce un livello di comprensione più profondo, al di là della pura immagine.«Esattamente. Siamo consapevoli di questo approccio stratificato del programma, che è insieme di ricerca e family friendly, inclusivo». Lei è nata in Sri Lanka, ma negli anni ’70 ha lasciato il paese a causa della guerra civile. Il suo percorso personale è molto internazionale.«La mia formazione è stata tra Sri Lanka, Australia, Regno Unito e Hong Kong. Ho studiato storia dell’arte e mi colpiva il fatto che quando si arrivava all’Asia si parlava solo del passato remoto. Sapevo che c’erano grandi artisti e architetti viventi, ma la grande Asia era solo quella di 5000 anni fa. Da lì è nata la mia volontà di ampliare il discorso e di lavorare per dare spazio all’arte dell’Asia nel presente. Non potevo aspettare che lo facesse qualcun altro». Ha da poco completato il suo mandato da presidente del Cimam, il comitato internazionale per i musei di arte moderna. Quali sono oggi le principali sfide per i musei?«La sostenibilità economica. Il ruolo delle istituzioni culturali è ormai riconosciuto ovunque, ma la domanda è come finanziarle nel lungo periodo. Il modello non può essere solo pubblico né solo privato: serve una combinazione dei due. I musei devono trovare nuovi equilibri senza perdere la loro missione culturale». Oggi i musei lavorano sempre più in rete tra loro.«Sicuramente. Abbiamo relazioni molto strette con istituzioni come il MoMA di New York e il Centre Pompidou di Parigi. Per la prima volta in Asia esiste un museo con una vocazione interdisciplinare simile». Il pubblico dell’M+ è soprattutto locale o internazionale?«Entrambi. Circa il 30% dei visitatori arriva da Hong Kong, un altro 30% dalla Cina continentale e il 40% dal resto del mondo. La maggioranza, quindi, proviene da questa parte del mondo, ed è una base significativa».