Quattro anni fa la diagnosi di diabete di tipo 1 al terzogenito dell'ex capitano del Milan: la disperazione e poi la rinascita «insieme». Con i compagni di squadra l’impegno per la Fondazione italiana diabete
«Disperazione. Lo so, è una parola forte ma è quella che meglio disegna il sentimento che provi quando hai una diagnosi come quella che è stata comunicata a me e Paola. E non puoi sentirti se non disperato quando il destinatario di quelle parole è tuo figlio». Ricorda con grande lucidità quel giorno di quattro anni fa Massimo Ambrosini, ex capitano e centrocampista del Milan e della Nazionale (quella che ancora al Mondiale si presentava a centrocampo a cantare l’inno). «Abbiamo capito presto che qualcosa non andava, i sintomi erano piuttosto chiari: Alessandro faceva continuamente la pipì, mangiava ma non cresceva… Basta una goccia di sangue per conoscere il valore della glicemia, così abbiamo dato un nome alla sua malattia: diabete di tipo 1». Quel nome lo conosciamo tutti, ne abbiamo sentito parlare, ma cosa comporta, come sarà il futuro di tuo figlio, in che modo cambierà la sua e la vita di tutta la famiglia, ecco quello l’ex calciatore e la moglie l’hanno scoperto, un passo alla volta, in un mese di ospedale. «Il tempo di stabilizzare la situazione e di sentirsi dire che saremmo diventati il pancreas del nostro bambino che allora aveva poco più di due anni. Un vero e proprio corso intensivo: impari a conoscere la malattia e la tecnologia che ti aiuta a monitorare la glicemia e ad iniettare l’insulina, facendo appunto quello che il pancreas da solo non sa più fare».E quella parola «solo» torna più volte nella nostra chiacchierata. «Quando della vita si affrontano momenti difficili, non avere la sensazione di essere soli è la cosa più importante, aiuta moltissimo», spiega Ambrosini che, con alcuni ex compagni del Milan e altri ex calciatori ha corso anche staffette benefiche raccogliendo fondi per la Fondazione italiana diabete. «Siamo cresciuti insieme. Se hai costruito dei buoni rapporti di amicizia, in momenti come questi ne hai la conferma: avere qualcuno accanto che ti conosce e ti fa sentire la sua vicinanza è fondamentale». Le fondazioni e le associazioni create dai genitori sono una rete incredibile: «Solo chi è passato prima di te attraverso quei momenti bui - prosegue Ambrosini - può darti la forza e spiegarti che si può tornare a mangiare una pizza insieme, andare in vacanza e pensare a un futuro normale». Oggi Alessandro ha 6 anni, a settembre andrà a scuola, ha da poco concluso la materna: «I bambini sono incredibili, hanno una capacità di gestire le situazioni, comprendere, accettare e accogliere l’altro che è stupefacente. I suoi amichetti erano abituati a vederci comparire ogni tanto in classe per fare qualche manovra con le sue macchinette. La tecnologia è un grande vantaggio, ma quando devi dire quanta insulina va fatta prima di un pasto, ecco lì devi esserci. Mio figlio praticamente è nato e ci cresce con questo apparecchio addosso quindi piano piano prenderà dimestichezza e imparerà a gestirsi da solo». Abbiamo visto proprio in queste settimane un grande campione del tennis come Alexander Zverev, che convive con il diabete di tipo 1, conquistare il Roland Garros. «Per noi genitori vedere che si possono raggiungere anche quei livelli è un sollievo, ma la cosa davvero importante resta sapere che tuo figlio può fare le cose di tutti i giorni. È una malattia complicata, subdola e pericolosa ma – tra tante virgolette – è anche “gestibile”: puoi vedere un futuro, cosa che altri genitori i cui figli hanno malattie diverse non sempre possono fare». Ma come si affronta in famiglia? Cosa cambia? Quelle domande l’ex calciatore e la moglie se le sono poste subito dopo la diagnosi e non a tutte sono ancora riusciti a dare una risposta. La reazione dei fratelli Federico e Angelica? «Ora non riesco a capirlo e credo che non lo sappiano nemmeno loro. Quando abbiamo saputo del diabete di Alessandro, avevano 9 e 13 anni, come fai a comprendere cosa passa realmente nelle loro teste. Io e Paola abbiamo impiegato 15 giorni solo per capire cosa stava accadendo, quello che avremmo dovuto fare… e siamo adulti! I ragazzi erano troppo piccoli per comprendere la portata di ciò che stava succedendo. Di certo, sono diventati estremamente protettivi nei suoi confronti». Ma torniamo alla corsa, la grande passione di Ambrosini che ha anche tatuato il titolo di una delle canzoni simbolo di Bruce Springsteen: Born to Run. «Correre è parte della mia vita fin da prima che Alessandro si ammalasse, è sempre stata una meravigliosa valvola di sfogo e di soddisfazioni ma dopo aver saputo del diabete mi ha aiutato anche ad alleviare molti pensieri». E la corsa - con staffette benefiche - è anche un modo per raccogliere fondi: «Ho un unico obiettivo, che la ricerca arrivi a una cura: è il traguardo più grande che insieme possiamo raggiungere».






