di Marco Pastonesi
Venne inaugurato il 9 luglio 1966, cemento in mezzo al nulla, per assorbire l'immigrazione. Nei decenni è migliorato, e lo sport oggi aiuta ragazzi e ragazze di 15 Paesi diversi a crescere e integrarsi. Paolo Pesci, il maestro della Palestra Le Torri: «Il ring indirizza, disciplina, regolamenta. A volte salva»
Ficcano la testa. Frugano con gli occhi. Inarcano le narici. Si chiamano Arblin, Moaad, Ousmane, Elia. Si chiamano Sara, Fatmasara, Asia, Alessia. Attratti, incuriositi, ispirati, si cambiano. Entrano ragazzi e ragazze, uomini e donne, diventano esploratori e guerrieri, discepoli e pugili. Vogliono conoscersi, scoprirsi, capirsi. E così si misurano, si cimentano, si affrontano. E soffrono. E’ questo un luogo di sofferenza: si alza la guardia, si stringono i denti, ci si mette la faccia.Bologna, Pilastro, Le Torri. E’ una palestra – la palestra – di quel quartiere sorto dal nulla il 9 luglio 1966, sessant’anni fa, in una zona di campagna. Edilizia popolare, cemento volumetrico, parcheggi umani. Ma né acqua né riscaldamento, né mezzi urbani né servizi sanitari, né impianti sportivi né strutture scolastiche. Fu il Comitato inquilini a progettare, pretendere, esigere, lottare, infine ottenere. E quel capannone, inizialmente pensato come asilo, diventò palestra. Boxe, poi anche arti marziali. Per agonisti e non, lunedì mercoledì e venerdì per tutti, martedì e giovedì per agonisti, ma porta aperte, anzi, spalancate – ed è così, effettivamente, d’estate – per chiunque voglia provare, spogliandosi non solo di abiti ma anche di abitudini, pregiudizi e preconcetti, timidezze e ritrosie, paure.








