C’è una convinzione che affiora con insistenza crescente nelle conversazioni con i leader industriali di ogni latitudine, e che il report “Physical AI: Taking human-robot collaboration to the next level”, condotto dal Capgemini Research Institute su oltre 1.600 dirigenti in sedici paesi tende a confermare: il decennio dell’AI è stato fino ad oggi il decennio dell’informazione, ma quello che si apre sarà il decennio dell’azione. Gli sviluppi sull’intelligenza artificiale avranno un vero e proprio risvolto fisico, con macchine che percepiscono il mondo, ragionano su ciò che vedono e intervengono su di esso in modo autonomo.Per decenni abbiamo costruito robot straordinari: veloci, precisi, instancabili, ma fondamentalmente ciechi rispetto al contesto. Programmati per fare una cosa sola nel modo in cui glielo abbiamo insegnato, senza alcuna possibilità di adattarsi se lo scenario attorno a loro cambia. Una vite leggermente fuori posto, un bancale in una posizione inattesa, un prodotto mai visto prima: il sistema si ferma e richiede l’intervento umano. Non si tratta di un limite tecnologico secondario da correggere con un aggiornamento software: fino ad ora, era questo il confine strutturale e invalicabile dell’automazione industriale tradizionale, il perimetro entro cui la robotica poteva operare e oltre il quale non riusciva ad andare.La physical AI ridisegna quel confine in modo radicale. Non si tratta semplicemente di aggiungere più sensori o più potenza di calcolo a un robot esistente, ma di dotare le macchine di qualcosa che fino a poco tempo fa era prerogativa esclusiva degli esseri umani: la capacità di percepire il contesto, ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni e adattarsi in tempo reale a situazioni mai incontrate prima, apprendendo dall’esperienza passata invece di eseguire istruzioni predefinite.Indice degli argomenti