PORDENONE - Settemila chilometri pedalati, 38.000 metri di dislivello positivo, 15 chili persi e una vita che dice di aver finalmente preso in mano. Sono i numeri, ad oggi, del viaggio di Andrea Toffoli, partito da Ranzano quattro mesi fa, sabato 21 febbraio, dopo aver lasciato casa e lavoro per seguire un profondo bisogno esistenziale. È arrivato in Cina, dove l'impatto è stato notevole: si è ritrovato immerso in metropoli dalle dimensioni colossali, con un traffico quasi interamente elettrico e un inquinamento acustico azzerato. Il percorso fin qui è stato lunghissimo, un nastro di terra partito dalla Slovenia e srotolato attraverso Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania, Grecia, Turchia, Georgia, fino all'Asia centrale di Uzbekistan, Kazakistan e Kirghizistan, con una sosta in pullman a Erevan, in Armenia.

LE TAPPE Tra le tappe rimaste nel cuore, le coste croate e greche tornano spesso nei racconti di Andrea: su ogni spiaggia si ripeteva che si sarebbe fermato a vita. Poi la Cappadocia e Pamukkale, in Turchia, definite stratosferiche. Poi le città uzbeke di Khiva, Bukhara, Samarcanda e Tashkent, culle della Via della Seta. E infine il Kirghizistan, il paese che lo ha stregato più di tutti, per i paesaggi e per una natura ancora intatta. La nostalgia per i sapori di casa, però, si fa sentire, e nei momenti di pausa la mente torna alle vecchie abitudini: «Mi mancano caffè, croissant alla crema, pasta al ragù, lasagne...». Pedalare in solitaria significa accettare l'incertezza, a partire dalla bicicletta, che Andrea ha dovuto praticamente ricostruire strada facendo: «Ho dovuto sostituire tutto il piatto dei cambi perché era ormai troppo vecchio, ho cambiato una ruota perché era finita, e ho dovuto riparare due volte il cerchio».LA LINGUA In questo gigante asiatico, non riesce a farsi capire da nessuno se non attraverso il traduttore del telefono: le persone non comprendono l'inglese, né i gesti né le espressioni del viso. Anche la burocrazia cinese ha regalato momenti di tensione, come quando ha dovuto cercare per ore sacchi della spazzatura e nastro adesivo per impacchettare la bici in una stazione ferroviaria, superando controlli e scanner rigidissimi con l'aiuto di alcuni passanti. Trovare un posto per dormire è un esercizio quotidiano di fiducia: decide dove fermarsi solo all'ultimo momento, con un margine ampio rispetto all'obiettivo degli 80 chilometri al giorno e in Cina molti hotel non possono ospitare stranieri. A Xining è successo nell'ora di punta, con il traffico che si ingrossava intorno a lui e un rifiuto dopo l'altro. Alla fine sono arrivati tre agenti di polizia, le fondine delle pistole bene in vista sulla pancia. Si sono rivelati gentilissimi: hanno chiamato decine di strutture una dopo l'altra, finché non ne hanno trovata una disposta ad accoglierlo, e lo hanno scortato fino lì.SOLIDARIETÀ A bilanciare le fatiche sono gli episodi di micro-umanità. Come in Kazakistan, quando due ragazzi lo hanno visto mangiare un gelato fuori da un minimarket e lo hanno invitato a dormire nel loro salotto, stendendo i materassini per terra e organizzando una grigliata all'aperto per festeggiare il suo passaggio. Nei ristorantini cinesi più interni, racconta, si mangia benissimo spendendo l'equivalente di 1,50 o 2 euro: «L'altra sera tagliatelle al montone squisite a 13 Yuan, ovvero circa 1.70 euro». Il bilancio: «Ripensando al momento in cui ho deciso di mollare tutto - racconta - ho avuto la sensazione di aver preso in mano, per la prima volta, la mia vita». Anche una volta tornato dal viaggio, vorrebbe che restasse questo il messaggio: «Ciò in cui sono stato davvero bravo, che mi riconosco e che vorrei aiutare a trasmettere, è stato avere il coraggio di lasciare tutto per affrontare questo viaggio. Se arriverò a Tokyo sarà bellissimo, per la distanza e per la gestione della fatica, ma la vera forza è stata partire».