Il 17 maggio 2025, al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate, un teatro comunale concesso da un sindaco leghista, si è tenuto il primo Remigration Summit europeo. Poche centinaia di persone, biglietti fino a 250 euro, oratori arrivati da mezza Europa. Ad aprire i lavori, in videomessaggio, un generale eurodeputato: Roberto Vannacci. La "remigrazione", ha detto, "non è uno slogan ma una proposta concreta", e ha promesso di portarla a Bruxelles.
Vale la pena fermarsi su quella frase, perché racchiude un intero lavoro di lima semantica. La remigrazione non è una procedura amministrativa, non ha nulla di concreto nella sua teorizzazione: è solo l'eufemismo con cui l'estrema destra europea nomina la deportazione di massa di cittadini di origine straniera. Che una parola simile arrivi in bocca a un ex vicesegretario della Lega, oggi fondatore di Futuro Nazionale, presentata come buon senso di sicurezza, è il punto di arrivo di una catena lunga quindici anni. Ricostruirla serve a capire un meccanismo più generale: come il lessico dell'estrema destra si sbianca passando di mano in mano, e come, a ogni passaggio, chi lo pronuncia gli aggiunge un grado di rispettabilità senza che il contenuto cambi di una virgola.






