di
Lorenza Cerbini
Il ventottenne di Arezzo è stato convocato a sorpresa dalla nazionale del Paese di cui è originaria sua madre. Sta giocando la Nations Cup in Cile e da settembre sarà in B con il Rovigo
«È stata una telefonata davvero inaspettata. “Sei disponibile per giocare con la Nazionale romena di rugby?”, mi hanno chiesto. Mia madre Irina è originaria di Ploiesti, ho doppio passaporto e non ci ho pensato due volte ad accettare l’incarico. Così, due settimane fa, sono volato a Bucarest per i primi allenamenti e oggi sono qui in Cile a disputare la Nations Cup con la maglia della nazionale rumena. Non conosco il rumeno, parlo pochissime parole e dovrò prendere lezioni da mamma. Per fortuna i miei compagni parlano tutti inglese e ci capiamo benissimo. Una parola in rumeno, intanto, l’ho imparata: bayat, ragazzo». Iacopo Bianchi ha 28 anni e sui suoi 188 centimetri di altezza sono distribuiti 108 chili di muscoli. Gioca a rugby sin da quando era un bimbo, una carriera iniziata per caso in un parco di Arezzo, un pallone ovale passato da un amichetto a far scattare la scintilla per questo sport che lo ha portato a giocare e viaggiare nel mondo delle «mete» che contano.
Tre incontri con la nazionale rumena«Con la Nazionale rumena disputerò tre incontri, tra Cile e Uruguay. Gli avversari? Un torneo a tre, con la nazionale uruguaiana e una formazione delle Isole Samoa. Ancora devo imparare a conoscere i miei nuovi compagni e il posto “fisso” dovrò conquistarmelo. Il nostro allenatore è francese». Una carriera la sua iniziata con il Vasari Rugby Arezzo. Iacopo ha talento, lo notano e a quindici anni lascia la città per l’Accademia Federale di Prato, poi arrivano le Fiamme Oro a Roma che lascia dopo due anni. «Gli ultimi otto, li ho trascorsi con le Zebre Parma giocando in terza linea. Il mio compito rompere il muro, placcare e recuperare palloni», dice. Con gli emiliani ha disputato il campionato URC (United Rugby Championship), gli avversari «quattro formazioni irlandesi, quattro gallesi, due scozzesi, una italiana e quattro sudafricane». I ricordi? «Le lunghe trasferte all’estero. Ho giocato a Dublino come a Durban, luoghi dove il rugby è tra gli sport maggiormente praticati e il tifo ti fa venire i brividi. In Sud Africa, appena entrato in campo ho pensato: qui l’atmosfera è calda. Usciti dallo stadio, ci chiedevano l’autografo».






