«Ordine restrittivo necessario». Bastano tre parole e un fotogramma a Donald Trump per terremotare anche il vertice Nato che comincerà ad Ankara domani sera. A poco più di 48 ore dalla cena di inizio lavori, quando Palazzo Chigi aveva già tirato qualche sospiro di sollievo, un nuovo post sul social Truth chiarisce a Giorgia Meloni - ma pure al resto dei leader europei - che quello turco sarà soprattutto l’ennesimo palcoscenico del tycoon, già impegnato da giorni a ricordare ai Paesi del Patto atlantico che l’obiettivo del 5% Pil per le spese militari andrebbe centrato immediatamente e non nel 2035. L’attacco rivolto alla premier è duro, quasi più delle altre volte. Alla frase ingenerosa si somma infatti un’immagine: Trump di spalle al G7 francese - quello del «mi ha supplicato» per una foto - con di fronte Meloni ritratta in una posa quasi adorante. Un “meme” che rimette in discussione giorni di rassicurazioni sulla vicinanza tra Italia e Usa, di hamburger divorati a Villa Taverna da ministri e dignitari di partito, di amorevoli scambi tra ambasciatori. Saranno pure le «follie dell’imperatore» come le ribattezzano fonti diplomatiche, ma è impossibile ignorarle. Specie se contestualizzate con le più recenti minacce di Vladimir Putin verso l’Europa. O con quelle trumpiane di ridimensionare la presenza dei militari americani nelle basi Nato del Vecchio Continente. E dire che Meloni aveva in mente di presentarsi ad Ankara con il petto gonfio di chi può dimostrare di aver mantenuto l’impegno di raggiungere il 2,8 per cento del Pil investendo in difesa e sicurezza (passi se il risultato è ottenuto anche attraverso riclassificazioni e interventi contabili). Una medaglietta che ora è difficile appuntarsi. Sarà un caso ma fonti di governo già da qualche ora prima dell’attacco parlavano di aumenti potenziali pari allo 0,3 per cento nel 2027 e al doppio l’anno successivo, per un valore complessivo di circa 17 o 18 miliardi di euro. Aumenti disconosciuti a Palazzo Chigi, almeno in questa fase, ma utili a descrivere la consapevolezza dell’esecutivo circa la necessità di investimenti maggiori. L’attacco di Trump, però, non sposta molto nelle intenzioni meloniane ad Ankara. Attraverso la sottoscrizione della dichiarazione finale e i suoi interventi durante i lavori, Meloni dovrebbe ribadire l’impegno italiano (l’aumento degli investimenti degli ultimi due anni, dall’1,6 per cento al 2,8) e la disponibilità a sostenere tanto l’Ucraina quanto il rafforzamento industriale e militare europeo. L’ambizione era chiara e condivisa da tutti i leader: non offrire sponde alle recriminazioni americane. L’intero vertice era stato costruito per evitare incidenti, tanto da essere ridotto a una cena e a una sola sessione plenaria. Pochi margini per incontri bilaterali e per improvvisazioni. Truth permettendo, ovviamente. Lo aveva spiegato anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo a “Pantelleria Mediterraneo d’Autore”: «Ankara è stata costruita perché tutto funzioni, gli impegni saranno rispettati e ogni Paese si presenta avendo fatto la sua parte». E ancora: «Poi quello che farà Trump lo vedremo, sarà un vertice molto breve». Difficile fare previsioni ora. Crosetto, che sarà in Turchia insieme al ministro degli Esteri Antonio Tajani, continua comunque a non essere tenero sulle scelte prese dall’esecutivo: «Se tu vuoi far parte di questa alleanza devi rispettare gli impegni presi».