Il recente furto di 80 fiale di Fentanyl (nello specifico del farmaco Fentanest) avvenuto a Roma presso la farmacia dell’Ospedale Israelitico, in via Fulda, Magliana, è un rebus investigativo ancora aperto. Dal quantitativo sottratto si stima la possibilità di ricavare fino a 20 mila dosi. Tre anni fa, prima di tutti gli analisti, Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, aveva lanciato l’allarme sui rischi di questa sostanza e sui concreti appetiti delle associazioni mafiose sul mercato che sarebbe nato anche in Italia: «Ha una resa criminale altissima - dice - un alto valore, piccoli volumi, facilità di occultamento, minore complessità logistica rispetto alla cocaina». Procuratore Gratteri, secondo la sua esperienza chi ha interesse a portare a termine un furto di queste dimensioni di Fentanyl? Mafia? Criminalità di strada?«Direi anzitutto che non si può escludere nulla in radice senza conoscere gli elementi investigativi. Un furto di quella portata può interessare gruppi criminali diversi».

Chi, andando nel concreto?«Organizzazioni strutturate, reti specializzate, intermediari del mercato illegale o soggetti capaci di rivendere rapidamente il prodotto. Le mafie non vanno escluse per principio, ma nemmeno evocate automaticamente: oggi agiscono spesso come broker, finanziatori, garanti logistici o riciclatori, non sempre come esecutori materiali». Ci dica allora, visto che lei lo ha spesso evocato: qual è l’attuale interesse delle mafie per questo tipo di mercato?«L’interesse delle mafie per il Fentanyl e per gli oppioidi sintetici è legato alla logica del mercato: alto valore, piccoli volumi, facilità di occultamento, minore complessità logistica rispetto alla cocaina». Si può dire che non siamo ancora arrivati a livello della situazione americana?«Si può dire, ma, al contempo, va rimarcato come le agenzie europee segnalano una crescente attenzione verso gli oppioidi sintetici ad alta potenza e i rischi di contaminazione dei mercati tradizionali. Il margine di guadagno può essere enorme proprio perché bastano quantità ridotte per produrre molte dosi. Rispetto alla cocaina, però, il mercato europeo resta più limitato e più rischioso: il fentanyl uccide facilmente, destabilizza la clientela e attira una pressione investigativa e sanitaria altissima». Come si spiega, dal vostro osservatorio di autorità inquirente, questo boom di Fentanyl tra i tossicodipendenti?«Il boom, soprattutto in nord America, nasce da più fattori: dipendenza da oppioidi prescritti, ricerca di sostanze più potenti ed economiche, disponibilità di prodotti sintetici e capacità dei trafficanti di inserirli in pillole contraffatte o in altre droghe. La Dea (Drug Enforcement Administration) continua a indicare il Fentanyl come una minaccia centrale del mercato statunitense». C’è anche un tema di convenienza rispetto all’impegno logistico se paragonato alla cocaina o ad altre droghe?«Certamente sì: la cocaina richiede coltivazione, lavorazione, rotte oceaniche, container, porti e grandi reti di corruzione. Il Fentanyl può viaggiare in quantità molto più piccole e con rese criminali altissime. Questo non significa che sostituisca automaticamente la cocaina, ma che rappresenta un mercato appetibile per reti agili e ibride». Quali i canali che le mafie stanno utilizzando per venderlo? Quanto incide il dark web?«I canali sono misti: reti di strada, consegne postali, piattaforme criptate, social, marketplace illegali e dark web. Il dark web incide, ma non è l’unico canale: spesso conta di più l’integrazione tra digitale e fisico, cioè contatti online, pagamenti opachi e distribuzione territoriale». Fentanyl a parte, è ancora la cocaina il business più remunerativo per le mafie? Ed è ancora la ‘ndrangheta ad averne il monopolio o emergono altri contractors?«Al netto del Fentanyl, la cocaina resta il grande business delle mafie in Europa. La ’ndrangheta conserva un ruolo di primissimo piano, per affidabilità, capitale relazionale e rapporti storici con i produttori. Parlare però di monopolio oggi è improprio: il mercato è più frammentato e competitivo. Sono cresciuti gruppi albanesi, balcanici, olandesi, marocchini, turchi, latinoamericani e reti criminali ibride. La ’ndrangheta resta centrale, ma dentro un ecosistema criminale più affollato, fluido, ibrido e transnazionale».