in memoria dell’imprenditore Giancarlo Orbellanti oggi rimane una scultura. L’ha voluta la moglie Viviana Brancaleoni che lo scorso anno, a fine agosto, ha organizzato un momento di commemorazione per ricordare il fondatore del gruppo Comet, scoprendo il bassorilievo che un artista aveva appena realizzato in casa. Viviana vive nel ricordo di quest’uomo partito dal niente, da una piccola rivendita in via Ranzani a Bologna, per costruire un gruppo commerciale che oggi conta su una rete con 120 punti vendita all’ingrosso di materiale elettrico e duemila dipendenti. «Tutte le estati, in occasione della rievocazione medioevale – spiegano amici come Marco Gualandi – ci si ritrova assieme, ospiti della signora Viviana, per tenerne viva la memoria. La scultura? Un gesto semplice ma concreto per ricordare un uomo generoso, molto legato all’Appennino». Tutto era partito nel 1967 quando Orbellanti aveva fondato l’azienda di distribuzione di materiale elettrico con l’amico Sante Cervellati. Per quarant’anni i due avevano affrontato sfide, nuovi mercati e prodotti, senza mai arretrare, crescendo anno dopo anno fino all’aprile del 2007 nel settore dell’illuminazione, degli elettrodomestici e dell’elettronica di consumo. Comet è appunto l’acronimo dei cognomi e della missione imprenditoriale: Cervellati Orbellanti Materiale Elettrico. Sante e Giancarlo costituivano una formidabile e invidiabile coppia di soci, capaci di allargare la rete vendita, senza perdere qualità nella filiera e nei rapporti umani. «Puntare in alto e guardare al futuro. Sempre», era lo slogan dell’azienda con timonieri capaci di osare. Orbellanti aveva 71 anni, un uomo distinto, affascinante, dai capelli bianchi, sempre in ordine con buone relazioni e nessun problema rilevante. Insomma, nulla faceva presagire la tragedia di mercoledì 18 aprile del 2007 quando alle 19.30 in via Napoli, alle porte di Bologna, tutto improvvisamente finisce in un agguato. Il quartiere è dominato da alti palazzi della media borghesia cittadina, a quell’ora sono in molti a rientrare a casa dal lavoro per cena, mentre Orbellanti deve raggiungere l’ex moglie Volfrana e la figlia Patrizia per affrontare alcune questioni di famiglia, al termine di una giornata passata in Comet. Questo almeno secondo i piani, in realtà, a pochi passi dal portone dell’edificio al civico 12, Orbellanti è raggiunto da un uomo che indossa un casco da motociclista e che gli punta una pistola. Tre colpi in tutto, due vanno a segno e uccidono l’imprenditore all’istante. Un delitto particolare, insolito. Assomiglia a un’esecuzione mafiosa per dinamica, tempi, precisione dell’assassino ma Orbellanti è uomo perbene, non coltiva strani rapporti, pensa solo al suo lavoro e ai familiari. E poi siamo a Bologna in un quartiere tranquillo, in un momento di rientro nelle abitazioni: chi ha voluto rischiare, sfidare la legge, togliere la vita a quest’uomo conosciuto da tutti per la generosità e la mitezza? Nell’andirivieni di quella sera, diversi abitanti avevano notato un giovane sostare proprio davanti al civico 12 di via Napoli, in sella a uno scooter Honda Zoomer di colore rosso. I più si erano incuriositi perché il motociclista teneva il casco in testa, rimanendo in piedi fermo, senza far nulla, come se attendesse qualcuno. E, in effetti, stava aspettando la sua vittima. Qualcuno l’aveva osservato, qualcun altro si era appuntato il numero di targa dello scooter, qualcuno, ancora, aveva raccolto il depliant di una cooperativa di taxi mentre l’assassino fuggiva, per consegnarlo agli inquirenti. Una collaborazione rara, fondamentale, per risolvere il caso. Ma il contributo più rilevante resta sicuramente quello di una guardia giurata testimone di quanto accaduto. Vede il motorino scappare via ma ha il tempo per guardare e memorizzare i numeri della targa. Sarà questo l’elemento decisivo per arrivare alla svolta dell’inchiesta. Gli investigatori in poche ore individuano il nome del proprietario dello Zoomer e scoprono che il mezzo qualche giorno prima era stato dato a noleggio in un garage a un ragazzo, uno studente di 22 anni e a sua mamma. Il giovane si chiama Gianluca Vallini, è iscritto all’International University of Monaco di Montecarlo e risiede poco distante da via Napoli, in via Titta Ruffo. La mamma di questo ragazzo è Patrizia, figlia dello stesso Orbellanti: Gianluca ha quindi appena ucciso il nonno Giancarlo. A casa del giovane viene ritrovato un casco compatibile con quello indossato dal motociclista prima dell’agguato, lo scooter è parcheggiato nel garage del palazzo, nella memoria del cellulare del sospettato, risultano alcune recenti chiamate proprio alla cooperativa taxi del depliant, perso dall’assassino durante la fuga. Sul display compare una telefonata tre giorni prima dell’omicidio alle ore 19. Le indagini si fanno più approfondite sia per capire il movente che può aver spinto questo ragazzo a uccidere il nonno, sia per ritrovare l’arma del delitto. Tuttavia, su quest’ultimo fronte, purtroppo, non si fanno passi in avanti, arrivando a ipotizzare che l’omicida si possa esser liberato della pistola, gettandola in qualche cassonetto della spazzatura durante la fuga. Una novità, invece, arriva dal motivo di questa esecuzione. Si scopre che il nonno aiutava in modo significativo la vita dello studente a Montecarlo. Ma Gianluca non si applicava in università, deludendo le aspettative di diversi parenti, a iniziare proprio dal nonno. Quest’ultimo, dopo averlo più volte pungolato e stimolato, aveva un po' rinunciato all’idea che l’erede potesse un domani prendere le redini del gruppo e proseguire la crescita dell’impero di famiglia. Proprio per questo, aveva sensibilmente ridotto il contributo per il soggiorno monegasco di Vallini e quella sera aveva intenzione di parlarne con la figlia Patrizia. Una scelta non tollerata da Gianluca che temeva di dover rientrare presto in Italia e dover rinunciare agli studi e alla vita a Montecarlo. Il nipote in diversi interrogatori all’inizio si proclama innocente, giura che mai avrebbe tolto la vita all’amato nonno ma poi, a maggio, rinchiuso in carcere, confessa l’assassinio. Inizia così un periodo di detenzione durissimo per questo ragazzo abituato alla Costa Azzurra e a una vita certamente più facile di quella avuta da giovane dal nonno. A un certo punto, preoccupata, la difesa chiede che il giovane venga trasferito in una struttura specializzata per presunti problemi psichiatrici ma la richiesta viene respinta dai magistrati. Si va a processo, Vallini verrà condannato a sedici anni di carcere, abbandonando qualsiasi velleità di vita dorata e coquillage nel piccolo principato della Costa Azzurra. Insomma, una tragedia che interrompe la vita dell’imprenditore e cambia per sempre quella dei suoi congiunti increduli di fronte a tanta lucida cattiveria. Un omicidio che interrompe anche la visione, la crescita, i progetti di sviluppo che Orbellanti coltivava per il gruppo lasciato poi al socio scomparso pochi mesi fa a 88 anni.