Almeno sei scienziati russi condussero ricerche e pubblicarono articoli sulla sintesi dell’epibatidina, «partecipando direttamente al suo sviluppo come arma chimica». Lo sostiene il testo di nuove sanzioni emanate dall’Ue contro quelli che considera scienziati avvelenatori. L’epibatidina è il veleno che secondo Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Svezia fu usato per uccidere Alexey Navalny (dopo che ci avevano provato, non riuscendoci per un soffio, col novichok): una neurotossina estremamente potente, sintetizzata in laboratorio dalla pelle della rana tropicale. La comunità scientifica iniziò a studiarla come potenziale alternativa alla morfina in quanto è un potentissimo analgesico, ma ha livelli di tossicità gravemente più alti, letali. E non può servire per curare. Per ammazzare sì, invece. Molto bene. E qui la Russia ha colto un’opportunità.
L’arma chimico-biologica È per questo che l’Ue sanziona gli scienziati. Il veleno che con tutta probabilità uccise Navalny il 16 febbraio 2024, mentre era rinchiuso nella colonia penale IK-3 Polar Wolf, nell’Artico russo, circa 60 km a nord del Circolo Polare Artico, fu studiato da ricercatori che parteciparono scientemente al programma di sviluppo di quest’arma chimico-biologica per la Russia (e altre, dice l’Ue). Si tratta del direttore del laboratorio del Centro Signal, Igor Babkin, dei ricercatori senior Sergei Galan e Olga Yudina e del ricercatore Alexei Aksyonov (tutti sono inoltre collegati al direttore del Signal, Artur Zhirov). Poi vengono accusati Irina Derevyagina, impiegata del GosNIIOKhT (un istituto plurisanzionato in occidente che svolge un ruolo centrale nel programma russo di armi chimiche) e il colonnello, capo dell’organizzazione del lavoro scientifico dell’Accademia Militare Chimica e Biologica, Mikhail Gutsalyuk.












