Nei giorni scorsi senza volerlo era stata profetica, indossando una visiera bianca con una scritta in tagalog, la lingua filippina: «Una volta che inizia a crescere, nulla può fermarlo». Non c’è riuscita neanche la campionessa uscente, Iga Swiatek, ex numero uno del mondo, che si è dovuta inchinare alla bravura e alla tenacia di questa ragazzina dai lineamenti teneri ma dal gioco aggressivo. Frutto di una necessità, non di una scelta tecnica. «Sono cresciuta su un campo tracciato sopra uno da basket. C’erano i canestri, quindi non potevo arretrare troppo». È così che ha iniziato a giocare vicino alla riga di fondo, anticipando il colpo e colpendo la palla appena dopo il rimbalzo, quando ancora sta salendo. Per necessità, non per un virtuosismo tecnico.

Alexandra Eala, ventuno anni compiuti da poco, è la nuova stellina del tennis femminile, quella di cui tutti parlano. Non perché sia la più forte, ad oggi è «solo» numero ventinove al mondo (ma non c’è alcun dubbio che arriverà in alto), ma perché la sua è una gran bella storia sportiva da raccontare.

«Per giocatrici come Iga o Serena giungere alla seconda settimana di Wimbledon sarebbe un piccolo traguardo ma per me che sono cresciuta nelle Filippine e che ogni giorno dopo scuola prendevo il treno con i miei calzini con i bordi arricciati e le scarpe con le lucine per andare ad allenarmi – ha detto questo pomeriggio nell’intervista in campo post partita, prima di fermarsi un attimo per asciugare le lacrime – è tutta un’altra storia».