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Non ricordo bene come e in che momento ci sia venuta l’idea. Forse era stata la recente maratona di Scrubs a metterci la pulce nell’orecchio. Sicuramente quella pulce aveva origini estere, più probabilmente anglosassoni, perché in Italia di vasectomia non si sente mai parlare e se ne sa ancora meno.
L’altra certezza era che io avevo già speso mezza vita in anticoncezionali non privi di effetti collaterali. Poi c’erano state due gravidanze, due parti e due allattamenti che mi avevano nutrito il cuore ma svuotato il corpo. Sulla soglia dei 37 anni sentivo che il mio turno di guardia era finito, o per lo meno che avrebbe dovuto esserlo. In Italia, però, non esiste niente in commercio che consenta all’uomo di farsi interamente carico della contraccezione di coppia perché equivalente a pillole, spirali e vario armamentario per donne. E sì che mio marito, in omaggio a Francesca Cavallo ribattezzato “maschio del futuro”, non avrebbe esitato ad assumersi questo onore.
Così ripieghiamo sul preservativo, un’opzione più democratica ma non proprio ottimale e agevole, considerato che il sesso con due bambini piccoli vanta già una sufficiente dose di potenziali interruzioni. La strada verso la menopausa sembra già tracciata finché nella nostra mente, piovuta chissà da dove, non fa capolino l’opzione della vasectomia, o se vogliamo farla più spaventosa: la sterilizzazione maschile. Parliamo di un intervento chirurgico ambulatoriale a basso rischio, di circa venti minuti, che si fa in anestesia locale e senza ricovero ordinario. Consiste nell’interrompere o chiudere i dotti deferenti, cioè i piccoli canali che trasportano gli spermatozoi verso l’eiaculato. Il liquido seminale continua a uscire come prima, ma dopo un certo periodo non contiene più spermatozoi in grado di fecondare l’ovulo. Per esserne certi bisogna attendere il tempo indicato dal medico, di solito tra le 8 e le 16 settimane, e fare uno spermiogramma di controllo, evitando fino a quel momento i rapporti non protetti.










