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Dopo oltre 20 mesi d’incessanti proteste antigovernative, con centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani e studenti, della Generazione Z, che tuttora affollano le piazze sfidando le forze di polizia, e non soltanto a Belgrado, la Serbia potrebbe essere a un passo dal bivio decisivo, dal crocevia che segnerà il futuro della nazione balcanica. Il presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vučić, un nazionalista di destra, populista e filorusso, leader del cosiddetto “Partito progressista”, che ormai da 12 anni (dal 2014 come primo ministro, dal 2017 come Presidente) governa la Serbia imponendo i suoi modi e metodi tutt’altro che democratici, ha annunciato che si dimetterà “tra un paio di settimane”, dunque con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale del suo mandato, non rinnovabile. Ma non è una resa, anzi. Sono in molti a ritenere che la mossa di Vučić (peraltro le sue dimissioni sono state sì annunciate, lo scorso 28 giugno, ma senza l’indicazione di una data precisa) sia in realtà una strategia per consolidare il proprio potere: piazzare alla presidenza un suo fedelissimo, sempre nella convinzione che il suo partito possa vincere le elezioni, e farsi eleggere nuovamente come primo ministro, ruolo sicuramente di maggior “peso” (ma non è da escludere che i due passaggi elettorali, presidenziali e parlamentari, siano accorpati, nonostante le scadenze naturali, rispettivamente di maggio e dicembre 2027). E se Vučić avesse ragione, se davvero dovesse funzionare la sua mossa da scacchista, avrebbe davanti un’autostrada di potere, senza più alcun limite temporale imposto dalla Costituzione.Ci sono però alcune variabili che potrebbero ostacolare i suoi piani. La più importante delle quali è il passaggio elettorale, il voto popolare: con quelle centinaia di migliaia di persone che hanno deciso di alzare la voce e di denunciare quel sistema di corruzione che avvolge e attraversa i principali snodi del potere governativo. Un sistema che, i dimostranti ne sono certi, è anche all’origine del disastro avvenuto l’1 novembre del 2024, quando una tettoia in cemento della stazione ferroviaria di Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, 80 km a nord della capitale, è improvvisamente crollata (pochi giorni dopo la sua inaugurazione) uccidendo sul colpo 14 persone, mentre altre due sono morti nei giorni successivi, in conseguenza della gravità delle ferite riportate. L’attuale movimento di protesta nasce da lì (lo slogan “la corruzione uccide” è diventato il collante ideologico di persone di orientamenti politici diversi), ed è il più grande mai visto in Serbia dalla rivolta popolare che nel 2000 portò alla caduta del dittatore Slobodan Milosevic (da cui peraltro il Partito Progressista, attualmente al potere, trae ispirazione senza pudore), quando la folla riuscì a sfondare il cordone della polizia antisommossa occupando simbolicamente il Parlamento. “Quella di Novi Sad non è una tragedia, è un crimine”, hanno ripetuto per mesi i manifestanti, accusando di negligenza e imperizia l’impresa che aveva eseguito quei lavori (oggi, a 20 mesi di distanza, non c’è né un atto d’accusa formale, né una data d’inizio di un processo). E quell’indignazione popolare è continuata a montare con il trascorrere dei mesi, coinvolgendo l’insieme degli atti politici imposti dal presidente Vučić. Che non ha mai ammesso alcuna responsabilità, accusando invece i manifestanti di essere “agenti stranieri” decisi a rovesciarlo.Vučić è così: non arretra, mai. Incapace di assumersi alcuna responsabilità (i magistrati che hanno tentato di accertare le responsabilità politiche sono stati definiti dallo stesso presidente “una banda di corrotti”), incurante di aver spaccato a metà il suo paese, di aver fatto spiare e intimidire giornalisti (come ha più volte denunciato il consorzio Media Freedom Rapid Response), di aver incarcerato manifestanti pacifici che avevano soltanto osato alzare una voce di critica verso l’attuale governo; di aver dato carta bianca alla polizia per reprimere “con metodi brutali” chi aveva ancora voglia di protestare, con il Parlamento Europeo che ancora alla fine dello scorso anno aveva accusato il governo serbo di aver “minato le istituzioni democratiche utilizzando il sistema giudiziario per mettere a tacere il dissenso, con violenze arbitrarie e violazioni dei diritti umani”. Ma i rapporti con l’Unione Europea (la Serbia è candidata all’ingresso nell’UE, pur mantenendo solidi rapporti con Cina e Russia) stanno diventando sempre più tesi, soprattutto dopo la presentazione di una controversa riforma della giustizia approvata dall’Assemblea Nazionale con procedura d’urgenza, e praticamente senza dibattito parlamentare, alla fine dello scorso gennaio. Il quotidiano EastJournal riportava pochi mesi fa il parere di Miodrag Jovanović, professore di Diritto all’Università di Belgrado, secondo cui le misure più preoccupanti sono quattro: “Primo, il forte indebolimento della capacità della Procura per la criminalità organizzata (TOK), poiché tutti i procuratori che finora vi erano distaccati come specialisti vengono richiamati nelle procure di origine. Secondo, la creazione di un tribunale completamente nuovo a Belgrado, che potrebbe essere riempito di giudici fedeli al governo e che sarebbe competente per i casi legati all’EXPO 2027 (si terrà a Belgrado dal 15 maggio al 15 agosto del prossimo anno), evento che presenta un notevole potenziale di corruzione (per l’enorme flusso di denaro che genererà). Terzo, la limitazione dell’autonomia della Procura suprema, che per le sue attività fuori dal territorio nazionale deve ora ottenere il consenso del Ministero della Giustizia. Quarto, viene abolita proprio quella commissione che avrebbe dovuto sostenere i procuratori nel contrastare ordini illegittimi o politicamente motivati dei loro superiori”. Una riforma, chiamata anche “legge di Mrdić” dal nome del deputato del partito di governo che l’ha presentata, che non è piaciuta affatto a Bruxelles, che ha minacciato la sospensione dei fondi destinati a Belgrado previsti dal Piano di Crescita qualora le nuove leggi non fossero state riviste. Da tener presente che la Serbia, se davvero vuole aderire all’Unione Europea, è chiamata a migliorare il proprio stato di diritto, a garantire le condizioni per elezioni libere e corrette, e a estirpare corruzione e criminalità organizzata, oltre ad allineare le proprie politiche estere a quelle del blocco. “Per il momento, abbiamo fermato tutti i pagamenti dal Piano di Crescita perché c’è stato un arretramento nel settore giudiziario”, aveva dichiarato lo scorso maggio Marta Kos, Commissaria dell’UE per l’Allargamento. “Finché questo problema non sarà risolto, la Serbia non otterrà alcun supporto finanziario europeo”. La Commissione Europea ha poi voluto attenuare leggermente i toni dello scontro affermando che “la decisione sulla sospensione non è definitiva”, lasciando così ancora aperta una finestra di trattativa. Ora si aspettano le mosse del presidente dimissionario, ma una cosa è certa: gli studenti, e i tantissimi che si sono uniti ai dimostranti (docenti, ricercatori, artisti, avvocati, agricoltori e altri rappresentanti della società civile) non arretrano, non hanno alcuna intenzione di fermare l’azione di protesta. Un movimento che continua a sorprendere per la compattezza, per la determinazione mostrata, che peraltro non ha mai avuto, per scelta, leader riconosciuti nel senso tradizionale (“abbiamo preferito una struttura orizzontale basata sui plenum, evitando figure carismatiche o portavoce permanenti per rendere il movimento più democratico e meno vulnerabile ad attacchi personali”, hanno spiegato). Avanti compatti nonostante le divergenze sorte nel tempo tra chi, ad esempio, voleva restasse un’azione dei soli studenti e chi valutava la possibilità di far nascere un nuovo soggetto politico che potesse catalizzare il malcontento nei confronti dell’attuale governo. E nonostante le violenti repressioni subìte, documentate dal Belgrade Centre for Human Rights, da Amnesty International, da Human Rights Watch e dagli esperti delle Nazioni Unite. Nella sola finestra giugno-settembre 2025 i dati raccontano che 1636 persone sono state perseguite, 779 arrestate (anche in assenza di motivazioni), 307 sottoposte a fermi arbitrari di 48 ore. Amnesty International e Civil Rights Defenders hanno inoltre raccolto testimonianze su schiaffi, pugni, calci, minacce di stupro e di morte, insulti, distruzione di telefoni cellulari e mancato accesso immediato a un avvocato durante la detenzione. Già nell’aprile del 2025 sei Relatori Speciali delle Nazioni Unite avevano espresso preoccupazione per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia serba. Ora però c’è da affrontare il passaggio elettorale. Dove però soltanto un’opposizione unita potrebbe avere la possibilità di sopravanzare il nuovo partito che Vucic intende formare, “Serbia Unita”, nome che evoca il “Russia Unita” di Vladimir Putin. Come dire: le intenzioni sono chiare. “Il movimento studentesco intende presentarsi alle prossime elezioni con una propria lista composta da esperti riconosciuti e persone di comprovata integrità provenienti da diversi settori”, ci spiega Jelena Ivić, economista, attivista politica e cofondatrice dell’Assemblea della Diaspora serba. “La lista dei candidati viene però mantenuta ancora segreta e gli studenti non intendono renderla pubblica finché le elezioni non saranno ufficialmente indette, poiché sono consapevoli che il regime utilizzerebbe tutti i propri mezzi mediatici per screditare singolarmente quei candidati. L’impressione generale è che Aleksandar Vučić tenterà di alterare la regolarità del processo elettorale. E, in caso di sconfitta, non lascerebbe il potere in modo pacifico”.Ne è consapevole anche Žarko Korać, professore in pensione dell'Università di Belgrado, ex vice primo ministro serbo nel governo progressista di Zoran Dinđić, uno dei fondatori del Partito Democratico, assassinato il 12 marzo 2003 davanti alla sede del governo: “Vučić non cederà il potere: si capisce da come parla, con un linguaggio bellicoso, aggressivo, un linguaggio che nemmeno Milošević usava. E ormai controlla quasi tutti i media”. Lo scorso febbraio la European Federation of Journalists (EFJ) ha denunciato un’ondata di attacchi informatici guidati da bot che hanno preso di mira gli account social dei media serbi ancora indipendenti.