Non abituarsi al peggio. Guardare la realtà attraverso il cinema, in uno dei luoghi più suggestivi del Mediterraneo. Al Castello Aragonese di Ischia, dove ogni sera il pubblico assiste alle proiezioni affacciato sul mare, la bellezza della location non diventa evasione dalla realtà, ma il suo contrappunto. È questo il filo rosso che attraversa la 24ª edizione dell'Ischia Film Festival, in corso fino al 4 luglio (stasera le premiazioni), dove il cinema internazionale torna a interrogarsi sul rapporto tra i luoghi, la memoria e l'identità. Ben 66 opere provenienti da 33 Paesi confermano la vocazione di una manifestazione che, ideata e diretta da Michelangelo Messina e organizzata dall'Ente del Terzo Settore Art Movie, da quasi un quarto di secolo considera il paesaggio non come semplice sfondo, ma come protagonista del racconto.Accanto agli incontri con autori e interpreti – da Lucia Calamaro a Isabella Ragonese, fino a Lello Arena e al premio alla carriera consegnato a Silvio Soldini – il cuore più civile del festival continua però a essere la sezione “Location Negata”, che quest’anno celebra vent’anni. Sei cortometraggi e sei lungometraggi attraversano territori segnati dalla guerra, dall’esclusione, dalle migrazioni e dalla perdita di identità. In Parallel City una donna romena ritrova una ragione di vita prendendosi cura di tre bambini afghani alla vigilia di un difficile attraversamento di frontiera; Mundurukuyü – The Forest of the Fish Women racconta la resistenza della popolazione indigena brasiliana nella difesa della foresta amazzonica; Les recommencements segue un veterano del Vietnam costretto a fare i conti con nuove ferite ambientali e umane. Tra i cortometraggi, The Spectacle affronta la discriminazione di un bambino rom, mentre il commovente Sunday, realizzato in collaborazione con i missionari comboniani, racconta la ricerca di dignità di una ragazza disabile in un villaggio dell'Uganda. Opere molto diverse tra loro ma unite dalla stessa domanda: cosa resta di un luogo quando gli viene negato il diritto di esistere?È una riflessione che Michelangelo Messina porta avanti fin dalla nascita del festival e che oggi appare ancora più urgente. «Il cinema vive di luoghi, ma sa anche dare voce a quelli che nessuno guarda. “Location Negata” è il punto in cui il festival si fa più scomodo e necessario, perché punta la macchina da presa là dove la cronaca si volta dall'altra parte. Sono spazi sottratti, contesi, dimenticati, eppure è in essi che si decide cosa significhi oggi avere o non avere un posto nel mondo». La sezione nasce vent'anni fa dall'esigenza di raccontare territori martoriati, devastati dalle catastrofi naturali ma soprattutto dalle guerre, luoghi che rischiano di perdere non soltanto edifici e paesaggi, bensì la propria memoria e identità. Da qui deriva anche l'idea di pace che anima il festival. «Più conosco la tua cultura e tu conosci la mia, maggiore sarà la possibilità di instaurare un dialogo. E dove c'è dialogo ci sono meno pregiudizi, più comprensione e quindi più pace».Non stupisce allora che la guerra attraversi molte delle opere presentate quest'anno. Lo ha ricordato anche Silvio Soldini, parlando del successo inatteso de Le assaggiatrici, le donne che dovevano assaggiare i pasti di Hitler affinché non venisse avvelenato. «Il film mostra come ci si abitua a tutto – ha osservato il regista – si cerca sempre qualcosa che ci faccia sopravvivere». Un meccanismo umano necessario, ma che rischia di trasformarsi in assuefazione.È proprio contro questa assuefazione che si colloca The Mission, il documentario presentato nella sezione e appena arrivato anche in Italia sulle piattaforme Apple TV e YouTube. Girato da Gaza Collective e diretto dall'inglese Mike Lerner, candidato all'Oscar nel 2012 per Hell and Back Again, il film segue la terza missione umanitaria del neurochirurgo britannico-iracheno Mohammad Tahir negli ospedali della Striscia di Gaza.Lerner racconta che tutto è nato quasi per caso. Alcuni filmmaker che vivevano al Cairo avevano conosciuto il medico al termine di una precedente missione e gli avevano proposto di raccontarne il lavoro. Quando Tahir è rientrato a Gaza, però, la troupe non poteva seguirlo. Gli sono stati consegnati due iPhone affidati a due infermieri del suo staff. «Circa l'80% del documentario è stato girato da loro», ci spiega il regista. E’ grazie al loro sguardo che il film restituisce dall'interno il lavoro nelle sale operatorie, mentre gli ospedali vengono travolti da un flusso continuo di feriti e di morenti.Per Lerner il valore del documentario non risiede soltanto nella forza delle immagini, ma nella credibilità di chi le produce. «Noi dipendiamo dal lavoro dei medici per avere prove e informazioni affidabili. Essendo medici osservano e descrivono ciò che vedono con precisione e rigore. Sono testimoni eccezionali». Un riconoscimento che estende anche ai giornalisti palestinesi, molti dei quali hanno pagato con la vita il tentativo di continuare a raccontare ciò che accade. Lavorare a The Mission, ammette, è stato emotivamente durissimo. «Ogni volta che rivedo il film mi commuovo, anche dopo averlo visto centinaia di volte. Non ci si abitua mai. Ma c'è un lavoro da fare e bisogna portarlo fino in fondo». Poi affida al cinema un compito preciso, quasi una responsabilità civile. «In questo genocidio i nostri avversari hanno armi nucleari. La nostra unica arma è la verità».Le conseguenze della guerra, però, non finiscono con il cessare delle bombe. Continuano nelle biografie, nei rapporti familiari, nell'identità delle persone. Lo racconta con grande delicatezza Dom, esordio nel lungometraggio di Massimiliano Battistella, ntato dopo il percorso iniziato alle Giornate degli Autori di Venezia e culminato nella candidatura ai David di Donatello.Protagonista è Mirela, bosniaca quarantenne che vive da anni in Italia. Nel 1992, bambina di dieci anni, lasciò Sarajevo insieme ad altri 66 piccoli evacuati durante l'assedio, accolti da due istituti religiosi italiani: il centro “Mamma Rita” a Monza e il centro “Santa Maria del mare” a Igea Marina, vicino Rimini dove è cresciuta Mirela che appare nei commoventi e gioiosi filmini dell’epoca, testimonianza di un’accoglienza che segnò per sempre le loro vite. Trent'anni dopo decide di tornare nei luoghi dell'infanzia, all'istituto Dom Bjelave dove era cresciuta, per cercare la madre e, insieme, una parte di sé rimasta sospesa.«Non considero Dom un film sulla guerra – ci spiega Battistella – ma sul riflesso che la guerra lascia nelle persone». IL documentario accompagna una donna nel difficile tentativo di ricomporre una frattura interiore, seguendo i luoghi della memoria, gli amici ritrovati, una maternità mai davvero vissuta e una terra che continua a essere, insieme, casa e assenza. Il regista sceglie di raccontare tutto dalla prospettiva dell'infanzia. «Mi sono interrogato molte volte sull'assurdità delle guerre che continuano a ripetersi. Sarajevo è rimasta inascoltata e oggi ci chiediamo ancora come sia possibile assistere a queste atrocità. Ho cercato di offrire uno sguardo preciso: quello dei bambini». Perché sono loro, osserva, le prime vittime di ogni conflitto, ma anche coloro che conservano una straordinaria capacità di resilienza. «Nonostante la sofferenza e lo sradicamento, i bambini possiedono una forza innata». E ci donano speranza.