Scrivo questa paginetta alle otto di sera del venerdì, mentre a New York è l’ora di chi pranza tardi e a un eventuale matrimonio del venerdì sera mancano ancora ore. Quindi scrivo senza una foto ufficiale, una certezza, un niente.

Ventinove giorni fa, il 5 giugno, Tmz – sito pettegolo impresentabile che però spesso ha notizie: furono i primi a scrivere che era precipitato l’elicottero su cui era Kobe Bryant, e pubblicarono il video più caro ai pettegoli dello scorso decennio, quello in cui la sorella di Beyoncé picchiava Jay Z – scrisse che Taylor Swift si sarebbe sposata nel weekend più festivo d’America, quello di Independence Day, al Madison Square Garden, cioè in un posto in cui normalmente si fanno i concerti o le partite.

Mi arresi subito al fatto che la notizia rappresentasse una volta di più lo sbriciolamento del confine tra vero e verosimile, tra parodia e realtà. Si sposa in un palasport? Non ci credo neanche se lo vedo, ma potrebbe benissimo essere vero.

I giornali americani passarono quel fine settimana ad analizzare i perché e i percome della scelta, scelta che non aveva nessuna conferma ufficiale ma che veniva comunque presa sul serio. È il posto perfetto, spiegarono, perché ha i parcheggi sotterranei, per i mille invitati famosi e perseguitati dai paparazzi. E non ha finestre, quindi nessuno può fare foto tranne chi è dentro.