Nel 2014 il governo Renzi propose di agganciare i compensi dei manager pubblici allo stipendio del presidente della Repubblica, poco più di 239mila euro l’anno. Mauro Moretti, allora ad di Fs, che ne incassava 873mila – oltre tre volte e mezzo – reagì con grande durezza.
Disse che chi guida un’impresa che fattura oltre dieci miliardi non può essere pagato meno del capo dello Stato, e minacciò di andarsene. Alla fine, il tetto alle Fs non si applicò mai: Moretti si tenne lo stipendio per intero grazie a un cavillo. E poi se ne andò comunque.
Quelle frasi di dodici anni fa suonano oggi particolarmente stonate di fronte all’appello che 250 tra manager, imprenditori, banchieri e politici hanno firmato per difendere Moretti dopo la condanna definitiva a cinque anni per la strage di Viareggio. L’appello non lo nomina mai, ma il senso è chiaro: «La responsabilità penale non può coincidere con la posizione ricoperta né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse», dove «le decisioni sono affidate a strutture articolate, competenze specialistiche, procedure, controlli e responsabilità distribuite».
Qui c’è un punto che merita di essere sollevato. Un punto economico, logico e di coerenza, non giuridico. Per anni la retribuzione dei vertici pubblici è stata giustificata con l’argomento opposto e speculare. Perché pagarli tanto? Perché su di loro grava una responsabilità enorme, unica, non delegabile: reggono organizzazioni immense, rispondono di tutto, e quel peso ha un prezzo. È l’argomento con cui Moretti in persona rivendicava i suoi 873mila euro annui. Ora però lo stesso mondo che lo difende sostiene il contrario: che quella responsabilità è «distribuita», che non ricade davvero sul capo. Ma non si può avere la responsabilità concentrata quando si firma la busta paga e diffusa quando arriva il conto.







