Il Tour de France passa troppo veloce e una sola volta davanti allo sguardo degli spettatori disposti lungo le strade, occorrerebbe rivederlo come in un rewind, ma non si può. I corridori appaiono e scompaiono senza diventare l’oggetto dello spettacolo, a differenza di quanto accade in uno stadio dove ogni spettatore ha la possibilità di osservare tutto il gioco durante la partita. Il Tour allora non resta che raccontarlo come una leggenda. Solo quelli che sanno raccontare, (i migliori sono stati Gianni Mura, Dino Buzzati e il poeta Alfonso Gatto), mescolando leggenda e realtà, possono far vivere il Tour anche a coloro che non erano presenti. È la tesi del filosofo francese Jean-Luc Marion, che nel suo recente saggio La raison du sport (Grasset) dedica un lungo capitolo al Tour de France, paradigma di tutte le altre corse.

A tentare di fissare la velocità dei corridori fu anche Henri Toulouse-Lautrec, frequentatore dei velodromi parigini di fine ‘800 e raffinato intenditore di ciclismo. Non riuscì a vedere la prima edizione della Grande Boucle nel 1903, perché morì due anni prima, assistette però a più edizioni della Parigi-Roubaix, pronto a cogliere ogni occasione per fissare l’attimo fuggente dei ciclisti, ma si rassegnò, come scrisse tra i suoi appunti: «Tanto meraviglioso e appagante è il ciclismo, tanto è vano il tentativo di materializzare il movimento veloce sulla tela».