È l’ultima biografia a fumetti uscita nelle librerie e fumetterie italiane in ordine di tempo. The Sound of Miles Davis di Paolo Parisi (Coconino, 2026) va a completare una trilogia degli eroi del jazz iniziata con John Coltrane nel 2009, proseguita con Billie Holiday nel 2017 e completata ora con il Divino Miles. Filo conduttore delle tre opere è la dichiarata volontà di raccontare la vicenda del jazz tenendola strettamente connessa con le vicende socio-politiche che l’hanno visto nascere e svilupparsi nel corso degli anni.

Il Miles di Parisi è un musicista che esprime con la sua musica la ribellione allo «stato di cose presenti», ribellione che è estetica, esistenziale e politica al tempo stesso anche per un musicista come Davis che non ha mai fatto coincidere l’impegno esplicito con la sua immagine pubblica. Lo fa rifiutandosi di mettere in copertina dell’album Someday My Prince Will Come (Columbia, 1961) una qualsiasi modella bianca e pretende che ci sia la moglie afroamericana Frances Taylor, oppure frequentando il cenacolo del musicista bianco Gil Evans, luogo di frantumazione delle barriere razziali, sociali e stilistiche. Nella parte finale dell’ultimo capitolo, in bicromia, l’autore pare sovrapporre il suo pensiero a quello di Quincy Troupe, biografo del trombettista, al quale fa raccontare la propria visione del personaggio, o meglio dei tanti personaggi incarnati da Davis. Parisi, a differenza dei due precedenti volumi qui utilizza anche il colore, per esaltare la tripartizione del libro in capitoli che portano i titoli di altrettanti dischi spartiacque: Birth of the Cool, Kind of Blue e Bitches Brew. Significativi sono anche i cortocircuiti temporali che vengono inseriti in ogni capitolo laddove si fa riferimento alla attualità con il movimento suprematista MAGA, l’omicidio di George Floyd e la tragedia della Palestina. Come scrive Parisi «la musica di Miles era universalità e resistenza.»