| 3 Luglio 2026 18:03 |

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(Adnkronos) – “Siamo nel 2026 e i biocarburanti da biomassa lignocellulosica, di cui si parla da oltre trent’anni, non hanno ancora raggiunto la maturità commerciale. Un ritardo che rischia di compromettere gli obiettivi al 2040-2050″. Lo ha detto il professor David Chiaramonti del Politecnico di Torino, presidente della Biofuture Platform, alla presentazione dello studio ‘Sinergie tra agricoltura e trasporto aereo per la produzione di Saf’ realizzato dal gruppo Fit4Foresight-fuel del Politecnico di Torino e coordinato dallo stesso prof. Chiaramonti, su indicazione del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. La presentazione si è svolta presso l’Associazione Civita a Roma nell’ambito del terzo incontro del 2026 della Fondazione Pacta sulla riduzione delle emissioni del trasporto aereo.

Chiaramonti ha illustrato le proiezioni sul potenziale di materie prime nazionali per il Saf (Sustainable Aviation Fuel). “Anche nello scenario più ottimistico, al 2030 si arriverebbe a poco più di 400mila tonnellate annue, un volume contenuto se paragonato ai fabbisogni attesi dai mandati ReFuelEU Aviation. Il quadro cambia radicalmente al 2050, quando entrano in gioco le colture intermedie su terreni marginali, stimate da un recente studio di Wageningen in circa 4,5 milioni di tonnellate a livello europeo, a condizione però che il regolamento 996 – ancora in fase di definizione – non introduca vincoli che ne blocchino di fatto l’applicazione”, sostiene Chiaramonti. Il docente ha sottolineato come, nel breve-medio periodo, la filiera realmente disponibile su scala commerciale resti quella dell’Hvo/Efa da lipidi, mentre l’alcool lignocellulosico e altre tecnologie di sintesi restano a livello dimostrativo, non industriale. Ha inoltre invitato a superare due ‘miti’ ricorrenti: quello del conflitto strutturale tra bioenergie e produzione alimentare, e quello secondo cui i biocarburanti non decarbonizzerebbero a sufficienza. Su quest’ultimo punto ha citato i più recenti report dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo cui alcuni biocarburanti si avvicinano alla neutralità carbonica o diventano carbon negative grazie al maggior contenuto di carbonio nei coprodotti rispetto al prodotto principale.