PAVIA. Funambol, la società tech nata a Pavia e cresciuta tra l’Italia e gli Stati Uniti, è stata acquisita dal gruppo americano Point Wild che si occupa di soicurezza informatica. Per l’azienda fondata nel 2002 da Fabrizio Capobianco, Alberto Onetti e Stefano Fornari è la chiusura di un lungo ciclo imprenditoriale, ma anche l’inizio di una nuova fase. La società ha sviluppato negli anni soluzioni software per la sincronizzazione e la gestione dei dati, lavorando soprattutto con operatori telefonici internazionali. La sua storia è diventata uno dei casi italiani più citati di dual company: testa negli Stati Uniti, dove ci sono capitali e mercato, sviluppo tecnologico in Italia. E in particolare a Pavia, dove Funambol ha costruito negli anni un centro di competenze che oggi conta ancora una cinquantina di dipendenti. Alberto Onetti, cofondatore dell’azienda, racconta il percorso che ha portato alla vendita e il peso che il radicamento pavese ha avuto nella crescita della società. Come nasce Funambol? «Funambol nasce nel 2002. Io e Fabrizio ci siamo conosciuti al Collegio Borromeo. Avevamo già provato a fare impresa insieme, anche se allora non si parlava ancora di startup. Dopo una prima società ceduta nel 2000, è nata Funambol. La visione imprenditoriale va riconosciuta a Fabrizio, che è sempre stato il visionario tecnico e di prodotto. Io ero quello che faceva i conti». Perché Pavia? «Io sono nato a Pavia, Fabrizio l’ha conosciuta durante gli anni del collegio. Le prime assunzioni sono state fatte qui. L’università forniva una grande quantità di talento e la qualità degli sviluppatori software era molto alta. La Silicon Valley offriva capitali e opportunità strategiche. La qualità degli ingegneri italiani non era inferiore. Per questo abbiamo tenuto lo sviluppo a Pavia». Quindi il radicamento pavese è stato un vantaggio? «È stata una scelta naturale. Il modello era la dual company: testa in Silicon Valley, dove c’erano investitori e opportunità, e sviluppo in Italia, a Pavia. Una scelta innovativa, poi seguita da molte aziende europee». Come si arriva all’acquisizione da parte di Point Wild? «Un paio d’anni fa abbiamo iniziato a vendere la nostra soluzione a una società del loro gruppo. Loro lavorano anche su servizi come le Vpn e vedevano il nostro prodotto come un servizio da integrare nella loro offerta. L’operazione è andata bene e hanno iniziato a considerare l’ipotesi di acquisirci». Che cosa cambia per la parte pavese? «Hanno comprato anche il centro di competenza che c’è qui. Il risultato più importante non è solo l’exit, ma la sua qualità: un’operazione che può dare continuità al team e al lavoro fatto a Pavia. Non era scontato che la storia potesse continuare qui». L’operazione può lasciare qualcosa al territorio? «Il lascito principale è nelle persone che sono passate da qui. In oltre vent’anni ne sono passate molte: alcune hanno poi avviato altre imprese, altre hanno respirato l’aria di un’azienda da Silicon Valley lavorando a Pavia. Queste sono tracce che restano e che possono generare altri percorsi». Pavia è una provincia con più potenziale o con poca fame? «Qui vedo ancora l’eredità di storie imprenditoriali e industriali che hanno prodotto ricchezza, ma non so quanto ci si possa permettere di vivere sulle vestigia del passato». Che consiglio darebbe a un giovane imprenditore pavese? «Bisogna voler fare qualcosa di grande, sapendo che magari non si combina nulla o si ottiene qualcosa di più piccolo. Non è mancanza di umiltà: è la convinzione che anche da qui si può provare a fare sogni grandi».
Il gioiello pavese hi-tech Funambol acquisito da un colosso statunitense della cybersecurity
La società di servizi informatici nataa Pavia nel 2002 passa al gruppo americano Point wild










