MIRANO (VENEZIA) - «Mi hanno puntato la pistola alla tempia ma sono riuscito a spostarmi in tempo e il colpo mi ha ferito alla spalla. La vista mi si è annebbiata immediatamente e ho cominciato a correre chiedendo aiuto. Ho telefonato al padre della mia fidanzata e gli ho chiesto di chiamare i carabinieri e l’ambulanza perché qualcuno aveva cercato di uccidermi». A parlare è il venticinquenne di origini albanesi che all’una di notte di mercoledì è stato aggredito da almeno due connazionali che gli hanno teso un agguato fuori dalla sua casa di Mirano, in via Desman. Tra gli aggressori (attualmente ancora in fuga, nel mirino dei carabinieri che proseguono con le indagini) almeno uno sarebbe noto alla vittima e anche alla fidanzata: si tratta di un uomo albanese anche lui ospitato a casa degli Artuso, la famiglia della fidanzata abita da trentacinque anni nella via.
Lo sparo «Avevamo passato la serata a casa di un’amica della mia fidanzata, una casa molto vicina a quella della sua famiglia. Quando sono arrivato al cancello ho visto che c’erano almeno cinque persone ferme nella via, erano sparsi, non un gruppo unico» spiega il giovane aggredito. «Uno di loro lo conosco, è un altro albanese che viene ospitato dal padre della mia fidanzata. Mi ha detto “fermati qui”. Poi è arrivato quello con la pistola, lui non l’avevo riconosciuto, siamo riusciti a capire chi fosse solo dopo collegando alcune conoscenze in comune. Mi hanno cercato di sparare alla testa, io mi sono spostato e il colpo è finito alla spalla. Ho smesso di vederci per qualche secondo, sono scappato verso la mia fidanzata che era anche lei nella via, gridavo aiuto. Nel frattempo suo padre aveva già chiamato la polizia. Loro però si avvicinavano. Non c’era solo l’arma che mi ha sparato, c’era anche un’altra pistola lunga, sarà stata lunga come mezzo braccio. Avevano anche un coltello» continua a raccontare il giovane, percorrendo gli eventi di quella notte. «Continuavano ad avanzare, per un po’ siamo stati anche nascosti perché l’ambulanza ci ha messo molto ad arrivare. Quando hanno capito che avevamo chiamato l'ambulanza e che l’ambulanza aveva chiamato le forze dell’ordine allora sono andati via, sono saliti in due macchine, una Renault e una Fiat. Prima però hanno sparato ancora, una seconda volta, in aria. Ed è stato proprio il momento in cui l’ambulanza è arrivata, all’inizio ci avevano scambiati per loro, ho visto che avevano paura che fossimo noi quelli armati. Assolutamente no. Io non volevo questo per me, io vorrei una vita normale», prosegue il giovane albanese. «Sono arrivato in Italia due anni fa per cominciare una nuova vita, mi sto regolarizzando tramite il lavoro. Ho trovato ospitalità qui con Ivano. La mia fidanzata si è messa persino davanti a me per evitare che mi sparassero», conclude. La testimone «Ero nella via con una mia amica quando abbiamo sentito il primo sparo, quello dell’aggressione», ricorda la fidanzata della vittima. «Ho sentito le urla e poi lui è corso verso di me. Non si era neanche accorto che l’avvessero colpito, era talmente sotto shock che gliel’ho dovuto dire io che aveva un buco nel braccio. Loro ci hanno rincorsi e io mi sono messa di mezzo, mi sono messa davanti a lui perché sapevo che a me non avrebbero fatto niente. E così è stato, erano cose tra di loro. Non ho capito che cosa fosse successo, non sono mai riuscita a capire. So che c’erano dei dissapori, ma la motivazione non la so. Quello che mi preme specificare è che nulla di questo riguarda mio padre Ivano».








