<p>Il settore portuale italiano sta attraversando una classica fase di sostituzione tra capitale e lavoro.
Il dato emerge osservando il divario tra due grandezze che, nel lungo periodo, hanno preso direzioni opposte: tra 1980 e 2020 l'occupazione diretta è scesa del 28%, mentre i volumi di traffico merci sono cresciuti del 21%.
Tradotto in termini economici, significa più output movimentato con meno input di lavoro, un guadagno di produttività trainato dall'automazione, che però sposta il baricentro della domanda dal numero di addetti alla qualità delle competenze. </p><p>Questa la sintesi del rapporto intitolato «Il futuro del settore portuale italiano.
Le competenze del mare» presentato da Randstad Research a Genova.</p><p>Secondo la ricerca quattro sono i driver che definiscono la traiettoria del comparto: la digitalizzazione dei processi di magazzino, l'integrazione logistica, la sostenibilità e il gigantismo navale.
Navi di dimensioni crescenti impongono flussi d'investimento in infrastrutture e tecnologie dedicate e introducono picchi di domanda imprevedibili, complicando la pianificazione della forza lavoro e la gestione dei costi fissi di banchina.</p><p>A proposito di nuove professionalità, secondo Randstad la transizione genera domanda per profili a più alto valore aggiunto: operatori dell'automazione e della digitalizzazione, esperti di sicurezza, professionisti della logistica e del reshoring, tecnici versatili, specialisti di sostenibilità ed economia circolare, formatori, manutentori avanzati e operatori di droni.







