A Budapest è una mattina soleggiata. A pochi metri dal parlamento è detenut* Maja T., da due anni in isolamento. La guardia carceraria attende il nostro arrivo, ci guida nell’aula delle visite e aspettiamo il suo arrivo. Una guardia armata, una traduttrice e un agente penitenziario si siedono al lato sinistro della stanza. Maja arriva con le manette ai polsi, un quaderno lilla in mano e una maglietta dai colori pastello, un sorriso delicato sul volto.

Come va?

Sono davvero molto tes*: è strano essere qui adesso, con te e con tutte queste persone, mentre solo dieci minuti fa ero in cella. È da 25 ore che non parlo con nessuno. Però sono felice di avere un attimo per aprirmi e parlare, anche se è difficile esprimere come mi sento e come sto.

Come è stato il periodo tra febbraio, in cui è stata annunciata la sentenza di otto anni, e oggi?

Sapevo che non sarei potut* tornare a casa dopo il verdetto, ma questo periodo ha segnato la fine di una tappa. È stato un incubo essere in tribunale quel giorno ma allo stesso tempo sentivo la forza della mia famiglia, amiche e amici. Era molto bello sentire il supporto e la solidarietà delle persone, però ero immers* nella realtà di una profonda ingiustizia orchestrata da un sistema la cui volontà è di distruggere e sopprimere. Potevo solo stare sedut* lì con le manette, con tanti occhi addosso. Mi sono sentit* intrappolat*, non avevo la possibilità di esistere come essere umano, solo come un oggetto da osservare, su cui proiettare idee. Nel pomeriggio ero di nuovo in cella, cercavo di trovare la forza e una nuova speranza per affrontare la prossima tappa. Sedut* nel tribunale sentivo vicino a me Gabriele, Ilaria e le altre persone imputate. Era come se fossero lì accanto a me. Pensavo a come potevano sentirsi Gabriele e Anna, nel ricevere il loro verdetto.