Una regione per due storie. Di terremoto. Una di efficienza amministrativa, l’altra di lassismo. Sono L’Aquila e Amatrice, devastate dalle scosse a distanza di sette anni in una terra, l’Abruzzo, che può essere considerata il confine sud del centro Italia, in quegli Appennini geologicamente giovani e per questo culla di tante faglie attive. Da quelle parti il rischio sismico è classificato come elevato, anche se a tremare non ci si abitua mai.

L’Aquila anno 2016 è una sorpresa. Lo splendore del Regno di Napoli prima e di quello delle Due Sicilie poi è tornato a brillare. È come stare in un passato rimesso a nuovo. I palazzi, le chiese, le case private. Nel 2009 la devastazione peggiore. Era aprile, ce lo ricordiamo tutti. Il giorno 6. Alle 3,32 le scosse. Sulla scala Richter 5.9. Morirono in 309. Oltre 1.500 i feriti. Ottantamila gli sfollati, considerando le zone vicine.

Nel Duomo che dà sulla piazza centrale, 140 metri di lunghezza per 70 larghezza, dove ogni santa mattina gli operai della nettezza urbana passano con scope e lavastrade, i nomi delle vittime sono raccolti in un libro della memoria. Ci sono anche le foto. Coppie di anziani, bambine con le mamme. Ragazzini. Quanto dolore. Nel 2016, altre due croci, quando l’incubo della distruzione tornò a bussare.