Micro-motori guidati dalla luce cercano uranio nell’acqua marina, mentre Pechino prova a ridurre la dipendenza dal combustibile nucleare estero necessario
L’idea di prendere combustibile nucleare dal mare sembra uscita da una fantasia troppo comoda: acqua ovunque, reattori da alimentare, un pianeta che galleggia sopra una riserva invisibile. Poi arrivano i numeri e la faccenda si fa meno da cartolina. Negli oceani sono disciolte quantità enormi di uranio, stimate intorno a 4,5 miliardi di tonnellate, però la concentrazione è così bassa da rendere l’estrazione una delle operazioni più ostinate che si possano immaginare. L’uranio c’è, è sparso, diluito, confuso tra sali e altre sostanze. Sta lì, senza concedersi facilmente.
Per questo parlare di uranio dall’acqua marina richiede cautela. La risorsa esiste, la fame di combustibile nucleare pure, soprattutto in Cina, dove il programma atomico continua a crescere. Alla fine del 2025 la capacità nucleare installata cinese aveva superato i 120 milioni di kilowatt, con 112 unità tra impianti in funzione, in costruzione o già approvati. Dentro una corsa del genere, il combustibile diventa meno una questione tecnica e più una forma di autonomia strategica.













