Umberto Galimberti confonde la speranza cristiana con il progressismo moderno, e la creazione buona con il peccato originale. Il punto di vista del vescovo e teologo Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia

«Eheu fugaces, Postume, Postume,/labuntur anni» (Ahimè, fuggono, Postumo, Postumo, gli anni). Così il poeta latino Orazio, erede della sensibilità greca, cantava la caducità della vita e il fluire inesorabile del tempo verso il declino. Per i Greci e per i Romani, l’età dell’oro era alle spalle: il meglio era già stato, e la storia umana era segnata da una progressiva decadenza. Un pensiero malinconico, ma anche realistico, che Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista molto amato dal pubblico dei festival e dei social, contrappone con forza alla visione cristiana.

Nei suoi interventi pubblici, diventati virali sui social, Galimberti sentenzia: il cristianesimo ha introdotto una «figura spaventosa» che avrebbe plasmato l’intero Occidente. Secondo questa figura, il passato è male (il peccato originale), il presente è redenzione (il tempo della fatica e della ricerca), il futuro è salvezza (un domani sempre positivo). E aggiunge: questa struttura si è laicizzata nella scienza (passato = ignoranza, presente = ricerca, futuro = progresso), in Marx (passato = ingiustizia, presente = rivoluzione, futuro = giustizia) e in Freud (passato = trauma, presente = terapia, futuro = guarigione). «Tutto è cristiano in Occidente», conclude Galimberti, non senza una punta di denuncia: siamo tutti prigionieri di questa «figura spaventosa» che ci costringe a vedere il futuro come un miglioramento lineare, mentre i greci, più saggi, sapevano che il meglio era già stato.