Le bottiglie di vino e birra che riempiono gli scaffali dei supermercati, i vasetti per conserve e alimenti, ma anche le finestre degli edifici, le facciate ad alta efficienza energetica, i parabrezza delle automobili e i pannelli fotovoltaici. Dietro prodotti apparentemente lontani tra loro c’è la stessa filiera industriale: quella del vetro.

Da una parte il vetro cavo, utilizzato per contenitori alimentari, farmaceutici e cosmetici. Dall’altra il vetro piano, impiegato in edilizia, automotive e numerose applicazioni industriali. Un settore che negli ultimi anni è diventato uno dei simboli delle contraddizioni della manifattura europea: essenziale per la transizione energetica e l’economia circolare, ma allo stesso tempo tra i più esposti all’aumento dei costi energetici.

Solo negli ultimi venti mesi in Europa hanno cessato l’attività sette impianti di vetro piano e ventidue forni di vetro cavo. Per dare un ordine di grandezza, equivale grossomodo all’intera capacità italiana del vetro piano e a oltre metà di quella del vetro cavo. Un segnale che rende tangibile una preoccupazione sempre più diffusa tra le industrie energivore europee: il rischio che la transizione si accompagni a una progressiva deindustrializzazione.