Pubblicato il: 02/07/2026 – 7:00
di Paola Suraci
REGGIO CALABRIA C’è una casa, a Bovalino, che per anni gli inquirenti hanno raccontato come un luogo di passaggio fuori dall’ordinario. Non un covo nascosto tra i vicoli, non un rifugio blindato: un salotto dove, secondo l’accusa, alla vigilia delle elezioni regionali del 2010 si sono seduti anche uomini che si candidavano a rappresentare i cittadini in Consiglio regionale. Ad aspettarli, in quella casa, c’era il capo della cosca di San Luca. Quello che si sarebbe consumato tra quelle pareti — un patto tra voti e denaro, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia — è il cuore di una delle inchieste più importanti mai condotte sul rapporto tra ‘ndrangheta e politica in Calabria. Sedici anni dopo, e dopo un passaggio in Cassazione, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha messo la parola fine, almeno in secondo grado, a quella storia. Lo ha fatto depositando due dispositivi di sentenza che riguardano entrambi l‘inchiesta “Reale 6” ma che raccontano, in fondo, due storie diverse dentro la stessa storia: da una parte il filone politico, quello del voto di scambio; dall’altra il filone “ordinario”, quello che riguarda direttamente i vertici della cosca. A deciderli, nella stessa udienza, lo stesso collegio: il presidente Gianfranco Grillone e i consiglieri Urania Granata ed Elvezia A. Cordasco.






