La scorsa settimana il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha compiuto un viaggio per i paesi del Golfo, in medio oriente. Quando analizzano le azioni dell’Amministrazione americana, gli osservatori internazionali sono ormai abituati a seguirle su due schermi: su uno guardano cosa fanno funzionari come il vicepresidente J. D. Vance e sull’altro seguono invece le rotte di Rubio che, oltre a essere a capo del dipartimento di stato, gestisce anche la sicurezza nazionale. Si tende a pensare che sia lui, Rubio, a occuparsi delle questioni più serie e a gestire i dossier più importanti della politica estera. Così se si mette su un aereo, se segue un accordo, come quello fra Israele e Libano, ogni passo è seguìto con un’attenzione guardinga e con delle aspettative. Durante il suo tour nel Golfo, cominciato dopo la firma del memorandum con la Repubblica islamica dell’Iran, Rubio è stato in Kuwait, Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti. Non è stato in Arabia Saudita e siccome il segretario di stato è quello da seguire per dare un senso alla politica estera americana, in molti, sauditi inclusi, hanno pensato che non si trattasse di una dimenticanza, ma di una tappa saltata in modo deliberato. I funzionari di Riad erano molto contrariati e l’Amministrazione americana ha risposto che non si trattava di un affronto e anzi, Rubio aveva avuto una buona conversazione con il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, a margine di una riunione in Bahrein.Ci sono ragioni per dubitare che fra Riad e Washington vada tutto bene e ieri il Wall Street Journal ha pubblicato una ricostruzione di come i sauditi, dopo che Donald Trump aveva annunciato l’operazione “Project Freedom” per liberare Hormuz, avessero negato l’uso delle basi sul loro territorio. Non erano d’accordo con l’uso della forza per smuovere la situazione nello Stretto che gli iraniani hanno trasformato in un’arma di ricatto mondiale. Le basi e lo spazio aereo dell’Arabia Saudita erano cruciali per l’operazione e il loro diniego all’esercito americano ha portato Washington a ripensare l’operazione. Ci sono voluti giorni perché il regno ci ripensasse in seguito alle minacce degli americani di negare la consegna di missili intercettori di cui ormai Riad era a corto dopo gli attacchi iraniani, ma era tardi e “Project Freedom”, secondo funzionari americani che hanno parlato con il Wall Street Journal, era ormai rovinata. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe dovuto essere presente al G7 in Francia, ma aveva declinato l’invito proprio in protesta con il modo americano di condurre la guerra. Uno degli strascichi più pesanti del conflitto contro l’Iran, per Trump, è la sfiducia di alcuni alleati, con i quali pensava di avere un rapporto speciale non in quanto presidente degli Stati Uniti, ma proprio in quanto Donald Trump.Il capo della Casa Bianca lo scorso fine settimana aveva annunciato che sarebbero ripartiti i colloqui con gli iraniani. Come accade ormai sempre, Teheran aveva smentito, ma l’emissario americano, Steve Witkoff, era comunque partito per Doha. È stato necessario attendere fino alla notte fra lunedì e martedì per capire di che tipo di colloqui si trattasse: indiretti, quindi un passo indietro rispetto a quanto era stato ottenuto per l’incontro in Svizzera del 21 giugno scorso. Gli iraniani negli ultimi giorni avevano ricominciato a colpire le navi a Hormuz, e gli Stati Uniti avevano risposto bombardando. Teheran quindi ha sabotato l’incontro a Doha e nell’Amministrazione americana c’è chi consiglia a Trump di non tollerare più gli atteggiamenti iraniani e di ricominciare la guerra se non si raggiungerà un’intesa sul nucleare entro il 18 agosto.Non è la prima volta che fra sauditi e americani il rapporto si incrina, ma questa volta a turbare gli alleati degli americani è proprio la sfiducia. Per il Golfo, gli Stati Uniti non sono stati in grado di imporsi contro Teheran e hanno lasciato il problema, che avrebbero dovuto risolvere, in piedi nella regione e anche ebbro di un senso di sopravvivenza. I sauditi non hanno avversato il conflitto, nemmeno quando sono stati colpiti dai droni iraniani, si fidavano degli Stati Uniti per risolvere una volta per tutte il problema del regime iraniano. Non è successo, la fiducia è caduta, e i sauditi con tutto il Golfo hanno lo stesso problema degli europei e anche degli israeliani: l’alleato americano non è più lo stesso, ma rimane insostituibile.