Non esisteva, allora, neppure un articolo di legge col quale poter istituire un’area protetta per gli uccelli, la caccia era aperta fino al 30 aprile, si potevano uccidere, legalmente, lupi e gufi reali, aquile e lontre, fringuelli e pispole». Così Fulco Pratesi, per tanti anni Presidente del Wwf Italia, ricordava l’Italia del 1966.

PER PROVARE A CAMBIARE LE COSE, il 5 luglio di sessant’anni fa, insieme a pochi altri visionari, Fulco diede così vita all’Associazione Italiana per il Wwf portando in Italia un’organizzazione internazionale nata solo cinque anni prima in Svizzera. Inizialmente l’acronimo Wwf stava per World Wildlife Fund, un fondo mondiale finalizzato alla conservazione della natura e delle specie in via d’estinzione, ma qualche anno dopo il nome cambiò in World Wide Fund for Nature per attestare la volontà di tutelare non solo le specie minacciate, ma l’intero ecosistema.

NEL 1966, COMUNQUE, l’ambientalismo in Italia era praticamente invisibile: si partiva quasi da zero e conquistare l’attenzione dell’opinione pubblica era molto difficile; eppure, pian piano l’Associazione iniziò a crescere e a radicarsi sui territori dando vita a una cultura nuova, capace di unire scienza, passione civile e partecipazione popolare. In questi sei decenni, infatti, il Wwf Italia ha portato avanti progetti di conservazione, ha promosso l’istituzione di aree naturali protette regionali e nazionali (compresa la prima area marina protetta), ha contrastato opere ad alto impatto ambientale, ha collaborato con aziende per migliorare le loro performance ambientali, ha diffuso il valore della natura nelle scuole, ha creato centri di educazione ambientale e centri di recupero della fauna, ha inventato anche nuovi strumenti di partecipazione e mobilitazione e tanto altro ancora.