A Doha iraniani e americani si parlano senza guardarsi in faccia. Qatar e Pakistan fanno da tramite tra le due delegazioni, che non si incontrano mai direttamente: ai tavoli tecnici si discutono i dettagli operativi, mentre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner restano sullo sfondo, limitandosi a colloqui con il primo ministro qatarino. Guida la delegazione iraniana il vice ministro degli esteri Kazem Gharibabadi, il cui mandato è circoscritto: dare attuazione al memorandum firmato a giugno.

I NEGOZIATI A DOHA sembrano sempre più simili a un tiro alla fune che a un negoziato in buona fede. Si negozia più per posizionamento che per accordo. Il primo nodo è lo Stretto di Hormuz: Teheran ne rivendica il controllo e il diritto di imporre pedaggi al traffico navale, sostenendo che l’accordo, pur con i suoi 60 giorni di transito gratuito, le riconosca anche l’autorità di decidere quali navi possano passare. Washington non accetta e insiste sulla libertà di navigazione.

Il secondo nodo è la denuclearizzazione, legata a doppio filo agli asset iraniani congelati. Il vicepresidente J.D. Vance chiede «impegni permanenti e verificabili» sul programma nucleare iraniano, con ispezioni rigorose a garanzia. Trump si mostra ottimista, ma nulla indica che la questione nucleare sia stata davvero affrontata nelle sessioni tecniche. Teheran chiede lo sblocco di miliardi di dollari di asset congelati. Le esportazioni di petrolio sono ripartite ma non bastano a placare un malcontento interno che cresce insieme alla crisi economica.