Ucraina

Riccardo Renzi

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Per oltre quattro anni il dibattito sui laboratori biologici in Ucraina è stato intrappolato in una falsa alternativa: o si accettava la narrazione del Cremlino su presunte armi biologiche americane ai confini della Russia, oppure si liquidava l’intera questione come propaganda. La recente declassificazione di documenti dell’intelligence statunitense cambia il quadro e impone una riflessione più seria.

La prima conclusione è che Mosca non aveva ragione su tutto. Non emergono prove pubbliche di un programma offensivo di guerra biologica, né elementi che dimostrino attività di weaponization, sistemi di rilascio o catene di comando militari destinate all’impiego di agenti biologici. Questo resta il punto centrale sul quale la Russia non è riuscita a fornire evidenze definitive. Ma esiste una seconda conclusione, altrettanto importante: la questione sollevata dal Cremlino non era una pura invenzione. I documenti oggi resi pubblici confermano l’esistenza di una vasta rete di laboratori e strutture biologiche sostenute finanziariamente dagli Stati Uniti in Ucraina, sviluppate nell’ambito dei programmi di riduzione delle minacce derivati dall’eredità sovietica. Confermano inoltre la presenza di collezioni di agenti patogeni potenzialmente pericolosi, il coinvolgimento di contractor americani e l’esistenza di vulnerabilità di biosicurezza note alle autorità statunitensi. Per una democrazia liberale, la domanda non dovrebbe essere se tali attività fossero legittime. Molte di esse probabilmente lo erano. La vera questione riguarda la trasparenza.