Ci sono parole che sembrano descrivere una condizione sentimentale e invece finiscono per raccontare un’intera epoca. “Single” è una di queste. Per decenni essere single è stato considerato un momento di passaggio. Una parentesi tra due relazioni, uno stato provvisorio da correggere il prima possibile. Il linguaggio stesso tradiva questo modo di pensare: “non ha ancora trovato la persona giusta”, “prima o poi si sistemerà”, “vedrai che arriverà anche il tuo momento”. Come se la felicità fosse sempre collocata altrove, in un futuro ancora da conquistare e, soprattutto, in qualcun altro. È una delle narrazioni più radicate della nostra società. Cresciamo immaginando la vita come una successione ordinata di tappe: fidanzamento, matrimonio, figli, famiglia. Chi devia da quel percorso continua a essere osservato con un misto di curiosità, sospetto e paternalismo. Vale per tutti, ma vale soprattutto per le donne. Ancora oggi una donna realizzata professionalmente, indipendente e serena si sente rivolgere, prima o poi, la domanda che sembra contenere tutte le altre: “Ma perché non ti sei ancora sposata?”. È proprio da questa pressione silenziosa che nasce Single, il nuovo brano di Vanessa Grey. Apparentemente una canzone leggera, costruita con ironia e ritmo pop. In realtà molto più vicina a una domanda che a una risposta. Perché continua a sembrarci strano che una persona possa essere felice da sola? Perché siamo così abituati a misurare il valore di qualcuno attraverso la presenza o l’assenza di un partner? E soprattutto: siamo davvero liberi di scegliere la vita che desideriamo oppure continuiamo, inconsapevolmente, a inseguire quella che gli altri si aspettano da noi? L’intervista esclusiva per Virgilio Notizie che segue parte da qui, ma prende rapidamente un’altra direzione. Vanessa Grey è una figura difficile da rinchiudere dentro una sola definizione. Speaker radiofonica, conduttrice, cantante, autrice, formatrice, vive da anni con una doppia identità: quella di chi pone le domande e quella di chi, molto più raramente, accetta di rispondere. Abituata a far raccontare gli altri, conserva una naturale prudenza nel raccontare se stessa. Eppure, quando la conversazione smette di inseguire il personaggio pubblico e inizia a interrogare la persona, affiorano elementi che spiegano molto più di qualsiasi biografia. Scopriamo una donna che continua a credere nel matrimonio pur difendendo con forza il diritto a non essere definita dalla propria condizione sentimentale. Una professionista che ha scelto di rinunciare alla sicurezza di un posto in banca per inseguire un’intuizione. Una calabrese che considera Milano casa, ma che sente ancora il bisogno quasi fisico di tornare al mare per respirare. Una persona che si definisce semplice perché non attribuisce valore al lusso e, nello stesso tempo, profondamente complessa perché incapace di smettere di immaginare nuovi progetti. C’è poi un’altra parola che attraversa tutta l’intervista e che ritorna continuamente, anche quando non viene pronunciata: libertà. Non una libertà assoluta o romantica, ma una conquista quotidiana. La libertà di seguire il proprio istinto anche quando fa paura. La libertà di sottrarsi alle aspettative sociali. La libertà di cambiare idea. Perfino quella di accettare il dolore senza trasformarlo in rimpianto. È forse questo il tratto più interessante emerso dalla conversazione: Vanessa Grey non racconta mai la vita come una sequenza di successi, ma come un equilibrio continuamente negoziato tra desiderio e paura, ambizione e sensibilità, autodeterminazione e destino. A sorprenderci, però, è soprattutto la distanza tra l’immagine pubblica e quella privata. Alla radio appare sempre sorridente, energica, padrona dei tempi e delle emozioni. Dietro quel sorriso racconta invece di convivere con l’ansia, con un’inquietudine permanente e con quel “caos” interiore che, citando Nietzsche, ogni artista sembra custodire dentro di sé. Non prova a negarlo. Al contrario, ammette che proprio la musica e la comunicazione sono diventate il modo attraverso cui quel disordine trova finalmente una forma. È forse questa la differenza tra chi usa l’arte come mestiere e chi la vive come necessità. Alla fine dell’intervista si ha quasi la sensazione che Single non parli davvero della singletudine. Parli, piuttosto, della relazione più difficile che ciascuno di noi è chiamato a costruire: quella con se stesso. Perché prima ancora di imparare ad amare qualcun altro, bisogna imparare a non cercare negli altri la conferma del proprio valore. Ed è probabilmente questo il messaggio più autentico che Vanessa Grey consegna, quasi senza accorgersene. Non esiste una formula universale della felicità. Esiste soltanto il coraggio di costruire una vita che somigli davvero a noi, anche quando non coincide con quella che il mondo aveva immaginato per noi.