Viviamo un tempo in cui le certezze geopolitiche si sciolgono più velocemente di un gelato a luglio. L’ultima, in ordine di apparizione: il nemico assoluto dell’America, avversario di una guerra nemmeno del tutto conclusa, rischia di finire sulla lista dei possibili partner strategici di Washington. E se l’Iran passa da Asse del Male ad asset del momento, chissà cosa ci aspetta la prossima settimana: magari l’Ucraina partner commerciale di Mosca, forse, o Xi Jinping candidato al Nobel per la Pace. Per come vanno le cose, è impossibile escluderlo. Disorientati e un po’frastornati da questo continuo rimescolamento di carte, abbiamo quasi smesso di chiedere spiegazioni al mondo. Ci basterebbe, più modestamente, un libretto d’istruzioni, un minimo piano d’azione. Anche solo qualcuno che ci dica dove metterci in attesa del prossimo colpo di scena. E dire che i tentativi non sono mancati. L’ultimo manuale per il montaggio delle nostre poche certezze porta la firma di Mark Carney, che a Davos ha spiegato come le potenze medie debbano lavorare insieme per passare dall’essere portata principale a commensali del banchetto internazionale. Standing ovation, naturalmente. Peccato che le potenze medie condividano molto le preoccupazioni, ma assai meno priorità, interessi e convenienze. Mettere nella stessa fotografia strategica l’Arabia Saudita – protetta dal Pakistan e con la porta aperta a Pechino - accanto a un Giappone arroccato con Corea del Sud e Taiwan in funzione anticinese, è un esercizio di fantasia più che di strategia. Non sorprende che, mesi dopo i grandi applausi, di quella visione si continui a vedere soprattutto il titolo.
In un mondo senza libretto di istruzioni nessun Paese può cavarsela da solo
Dopo trent’anni di globalizzazione, la sicurezza diventa il criterio con cui produrre, comprare e commerciare






