È incredibile, ma è proprio così: il decreto legislativo con cui il nostro Governo ha dato attuazione alla direttiva UE sulla trasparenza delle retribuzioni sembra proprio stabilire che, nel determinare il trattamento dei dipendenti, l’imprenditore non possa tenere conto delle diversità di impegno personale.Anche per promuovere la parità di genere la direttiva UE n. 2023/970 impone la trasparenza dei criteri di differenziazione delle retribuzioni; prevede inoltre, nel «considerando 26» e poi di nuovo nell’art. 4 comma 4, che le retribuzioni possano, come parrebbe ovvio, essere differenziate in base a «competenza (cioè livello di istruzione o formazione), impegno (nella versione inglese: effort), responsabilità e condizioni di lavoro».

Orbene, il nostro decreto legislativo n. 96/2026, entrato in vigore nei giorni scorsi, ricalca la direttiva; ma quando, all’articolo 4 comma 3, indica i criteri di possibile differenziazione delle retribuzioni, dei quattro criteri ammessi dalla direttiva ne riprende soltanto tre: «competenza, responsabilità e condizioni di lavoro». All’Ufficio legislativo del ministero del Lavoro c’è una manina misteriosa che ha soppresso la possibilità di differenziazione del trattamento sulla base dell’impegno personale!È come se il nostro Governo Meloni —sì, proprio quello che fin dall’inizio ha messo il «merito» sulle proprie bandiere — avesse voluto stabilire che in Italia, a differenza di tutti gli altri Paesi della UE, il principio della parità di trattamento vieta all’imprenditore di differenziare le retribuzioni dei propri dipendenti tenendo conto dell’eventuale diversità di dedizione al proprio compito.