Il governo Meloni fa la guerra ai parchi e alle aree protette. Dai più grandi e famosi, come il Gran Paradiso, lo Stelvio e il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise; dalle riserve naturali, come quella di Orbetello, in Toscana, o quella dei Giganti della Sila, in Calabria; fino alle 32 aree marine protette. E non fa nulla se lo stesso ministero dell’Ambiente (Mase) nel 2023, con decreto ministeriale, ha adottato la Strategia nazionale biodiversità 2030 che recepisce gli obiettivi della Strategia europea per la biodiversità 2030. Tradotto? Entro quella data ciascuno Stato membro dovrà aver protetto legalmente almeno il 30% della propria superficie terrestre e della propria superficie marina. Ma qui il cortocircuito: Gilberto Pichetto Fratin sta inviando lettere a tutti gli enti statali per comunicare loro i tagli. Non inferiori al 20%. Una cifra enorme. E allora la protezione si fa più difficile. E i risultati di quei piani – europeo e nazionale – si allontanano. Vediamo perché.
Da circa due settimane aree marine protette, parchi nazionali e riserve statali stanno ricevendo le comunicazioni dal Mase relative ai tagli nelle assegnazioni dei fondi per le spese di natura obbligatoria. La riduzione delle risorse, per come viene spiegato, sarebbe l’effetto di minori fondi a disposizione del ministero dell’Ambiente, stabiliti dalla legge di Bilancio dello scorso anno. Ciò che si apprende è che non si tratta di tagli lineari ma variabili, a seconda della singola realtà. Complessivamente, tuttavia, la contrazione delle risorse si aggira intorno al 23% dei finanziamenti dello scorso anno. Nel caso di alcuni parchi nazionali si parla di circa 700mila euro: un calo che va a colpire il funzionamento ordinario degli enti, indebolendo le principali funzioni di conservazione e valorizzazione delle aree protette.






