In questi giorni la Francia è attraversata da una polemica che va ben oltre il calcio. Charlie Hebdo ha colpito ancora. Questa volta il bersaglio è Didier Deschamps, commissario tecnico della Francia, rientrato temporaneamente in patria durante il Mondiale per partecipare ai funerali della madre Ginette.

La vignetta lo mostra sorridente, mentre solleva un’urna funeraria con la scritta Maman, come se fosse la Coppa del Mondo. La didascalia gioca sul celebre slogan della vittoria francese del 2018: “Didier Deschamps ramène la Coupe à la maison” (Didier Deschamps riporta la Coppa a casa).

La Francia si è indignata. Politici, tifosi, giornalisti, persone comuni. Sui social è tornato perfino un rovesciamento simbolico e doloroso: “Je ne suis pas Charlie”. Non perché si voglia cancellare la libertà di satira, ma perché molti hanno percepito che, questa volta, non è stato colpito il potere, ma è stato colpito un figlio.

E allora la domanda non è semplice, ma va posta: tutto può diventare satira? Anche il lutto appena accaduto? Anche il corpo simbolico di una madre morta? Anche il dolore privato di una persona pubblica?

Da death educator credo che questa vicenda non riguardi soltanto il calcio, né soltanto Charlie Hebdo. Riguarda il modo in cui la nostra società guarda la morte quando non sa sostenerne il peso. La prende in giro, la spettacolarizza, la trasforma in immagine, in battuta, in contenuto da condividere. Ma ridere della morte non è sempre segno di libertà. A volte è soltanto un modo per non stare davanti al dolore.