Gli effetti internazionali del conflitto in Medio Oriente rischiano di spingere nuovamente verso l’alto il conto globale dei sussidi ai combustibili fossili, assorbendo risorse che i Paesi a basso e medio reddito avrebbero potuto destinare a sanità, istruzione, protezione sociale e transizione energetica.
A lanciare l’allarme è il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, nel nuovo rapporto Military Escalation in the Middle East: Cushioning the Global Shock. Secondo l’Undp, molti governi stanno cercando di proteggere popolazione e sistema produttivo dall’aumento dei prezzi petroliferi ricorrendo a sussidi ai combustibili fossili, limiti ai prezzi, agevolazioni fiscali e misure per contenere il costo all’acquisto dei consumatori. Una risposta che può attenuare nel breve periodo l’impatto della crisi energetica sulle famiglie e sulle economie più fragili, ma che presenta un costo elevato perpetuando la dipendenza fossile e (dunque) la crisi climatica in corso.
Nello scenario basato sul prezzo medio corrente del petrolio, pari a 88,6 dollari al barile, i sussidi globali ai combustibili fossili sono stimati in crescita fino a 1.100 miliardi di dollari nel 2026: 410 miliardi in più rispetto al 2025. Nello scenario più severo, con un prezzo medio del greggio a 110 dollari al barile, la cifra potrebbe invece salire fino a 1.430 miliardi di dollari. Un incremento di circa 740 miliardi in un solo anno, che secondo l’Undp rischia anche di sottrarre spazi di bilancio agli investimenti necessari per lo sviluppo.






