Era il 2014 quando, nei giardini di Clarence House, l’allora Principe di Galles — oggi re Carlo III — seppellì due maglioni: uno di lana, l’altro in fibra sintetica, per la Campaign for Wool. Dopo pochi mesi, il primo si era decomposto, il secondo era rimasto intatto. Il gesto che voleva indicare una strada: quella della sostenibilità. Eppure, a oltre dieci anni di distanza, sulle passerelle continuano a prevalere le fibre sintetiche. La ragione sta nei costi di produzione: quelli delle fibre naturali sono più elevati. Così, secondo l’ultimo rapporto di Textile Exchange, il sintetico oggi rappresenta il 69% della produzione mondiale di fibre tessili, su un totale di 132 milioni di tonnellate, destinate a diventare 169 milioni entro il 2030. Il solo poliestere copre circa il 60% del mercato. Segue il cotone, con una quota intorno al 19%. Le altre fibre naturali restano una nicchia.

Qualche segnale di cambiamento si intravede. Ma timido. Alcuni grandi operatori del fast fashion, come Zara, stanno introducendo più lana e lino nelle collezioni per riposizionarsi verso un segmento più premium. Ma è una tendenza limitata. “Il prezzo della lana grezza oggi si aggira intorno ai-12 euro al chilogrammo”, osserva Francesco Magri, responsabile Europa di Woolmark, organizzazione no profit di proprietà degli allevatori di pecore australiani. L’Australia produce circa il 60% della lana mondiale e la vende a prezzi sempre più elevati: nell’ultimo anno le quotazioni sono aumentate del 55%. A incidere sono stati la siccità, che ha ridotto l’offerta dell’8%, e l’aumento della domanda da parte di Paesi come l’Italia, grande produttore di filati, e degli stessi operatori del fast fashion. La lana pesa appena per l’1% della produzione mondiale di fibre. “Oggi circa il 2% di quelle utilizzate nell’industria dell’abbigliamento”, dice Magri. La domanda si concentra sulle lane fini, tra i 18 e i 19 micron, soprattutto Merino, che rappresenta circa il 70% della produzione australiana.