L'idea del direttore Cerno per ridare universalità alla liturgia apre il dibattito. "Bellezza e sacralità"

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La messa in latino torna al centro del dibattito cattolico. E stavolta la scintilla parte dalle colonne del Giornale. La proposta lanciata dal direttore Tommaso Cerno - allentare le restrizioni sul Vetus Ordo per offrire "un segnale a chi vuole la messa in latino e vuole restare fedele al Papa" - nelle ultime ore ha superato i confini italiani, rimbalzando sui media cattolici internazionali e accendendo una discussione in rete che coinvolge tradizionalisti, semplici fedeli e anche chi guarda alla Chiesa da fuori.Il piccolo sondaggio, non scientifico, tra commenti sul sito e reazioni social restituisce un orientamento largamente favorevole. "Sarebbe un modo semplice per reimparare la lingua dei nostri gloriosi avi romani", scrive un utente. Un altro non ha dubbi: "La Messa dovrebbe essere sempre e solo in latino". C'è poi chi invoca la libertà di scelta: "Bellezza e sacralità del rito latino non si discutono. Chitarre, battimani e tamburelli non piacciono a tutti". Sui social il tono è più diretto. "Assolutamente sì, ritorno a una celebrazione pura e spirituale", si legge. Ancora: "Un cristiano potrà così capire la messa partout dans le monde. E imparare un po' di latino non può che far bene". Per altri basta una parola, tradizione: "È il nostro patrimonio, sostegno totale alla proposta di Cerno". Certo, c'è anche chi si dice contrario: per qualcuno si correrebbe il rischio di allontanare ulteriormente i giovani, mentre per un utente sarebbe meglio pensare più alla sostanza che alla forma. "Così le chiese saranno deserte, meglio evitare", il giudizio tranchant di un lettore.Non è un referendum, ma un segnale sì. Dietro la richiesta di latino non c'è soltanto nostalgia: c'è il bisogno di ritrovare mistero, continuità e universalità. Ed è proprio qui che la provocazione del direttore Cerno colpisce nel segno: trasformare un terreno di scontro in un possibile ponte.