Il sovraffollamento carcerario è diventato, negli ultimi quindici anni, un problema che diversi governi europei cercano di risolvere affittando posti dietro le sbarre all’estero. Un mercato che oggi coinvolge Belgio, Danimarca, Norvegia, Svezia e Regno Unito, sollevando interrogativi sempre più pressanti su giurisdizione, diritti dei detenuti e reale efficacia della misura.Tutto inizia il 31 ottobre 2009, quando Belgio e Paesi Bassi firmano il “Nova Belgica”, il primo accordo del genere in Europa. Bruxelles ottiene 500 (poi 681) posti nel carcere di Tilburg pagando 30 milioni di euro l’anno. Le responsabilità vengono divise: legge belga sull’esecuzione della pena, ma personale prevalentemente olandese. Le difficoltà emergono presto: il Belgio effettua trasferimenti forzati, pratica criticata duramente dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt). L’accordo si chiude nel 2016 per gli alti costi, senza aver risolto le cause strutturali del sovraffollamento.Sulla scia belga, anche la Norvegia stringe un’intesa con i Paesi Bassi: 242 celle nel carcere di Norgerhaven per 25,5 milioni di euro l’anno. Tra il 2015 e il 2018 vengono trasferiti 650 detenuti, circa il 38% anche nel loro caso senza consenso. Il difensore civico norvegese contesta duramente la pratica. Altro nodo: per i reati commessi in carcere o morte del detenuto si applica il diritto penale olandese, lasciando le autorità norvegesi senza strumenti per indagare su eventuali abusi.Il caso del momento è quello danese. Dal 2015 al 2025 la popolazione carceraria è cresciuta da 3.400 a 4.200 detenuti, mentre il personale si è ridotto da 2.500 a 2.000 agenti. Dopo aver valutato Macedonia del Nord e Albania, Copenaghen ha scelto il Kosovo: l’accordo “Gjilan”, firmato il 20 dicembre 2021, prevede 300 celle per detenuti stranieri destinati all’espulsione, a 15 milioni di euro l’anno (più 5 milioni per la ristrutturazione), pari a sei volte il bilancio annuale della giustizia kosovara. Ratificato dal parlamento di Pristina solo a maggio 2024, accumula quattro anni di ritardi: le porte si apriranno il 1° aprile 2027. Le critiche non mancano. «Siamo contrari fin dal primo giorno», dichiara Elna Søndergaard dell’Istituto danese contro la tortura (Dignity). «Le guardie carcerarie kosovare hanno un approccio diverso riguardo l’uso della forza. Portare le capacità locali allo stesso livello danese, in termini di percezione, costruzione di relazioni e prevenzione di trattamenti inumani, richiede molta formazione. Vanno inoltre garantiti standard minimi: diritto di contatto con il mondo esterno, alla salute, visite dei familiari, incontri con il proprio avvocato».Mentre il caso danese arranca, Svezia ed Estonia chiudono un accordo più snello. Firmato il 18 giugno 2025 e con arrivi scaglionati a partire da agosto, prevede 400 celle nel carcere estone di Tartu per almeno 30,6 milioni di euro l’anno. Criteri rigidi: solo uomini adulti condannati per reati gravi (la Svezia fatica ad accogliere i detenuti a causa dell’aumento della criminalità legata alle bande), esclusi terroristi e soggetti a rischio di recidiva, tutti rispediti al mittente prima della scarcerazione. L’Estonia, con il tasso di occupazione carceraria più basso dell’Ue, mira ad ammortizzare i costi di una struttura sottoutilizzata.Con oltre 13.000 detenuti contro una capacità di 11.000, a ottobre 2025 il Belgio riapre il dossier puntando a trasferire all’estero circa 4.400 detenuti stranieri irregolari. I dati però ridimensionano l’ambizione: il ministero della Giustizia rivela che solo 255 casi sarebbero legalmente trasferibili, meno del 2% del totale. I ministri Annelies Verlinden (Giustizia) e Anneleen Van Bossuyt (Asilo e Migrazioni) visitano Kosovo e Albania. A febbraio volano in Estonia. Un funzionario ammette che, anche in condizioni favorevoli, serviranno «almeno tre o cinque anni» prima di rendere operativa una struttura. Mentre la ministra della Giustizia estone Liisa Pakosta esclude un accordo prima delle elezioni politiche previste a inizio 2027. Anche il Regno Unito, che ha già un accordo con l’Albania per il rimpatrio di detenuti albanesi, starebbe ora valutando l’affitto di celle in Estonia. Il caso italiano segue una logica diversa, più orientata alla gestione dei flussi migratori: dall’ottobre 2024 Roma gestisce a Gjader, in Albania, un polo che include un hub di identificazione, un Cpr da 144 posti e un piccolo carcere per 24 detenuti, finora mai utilizzato e destinato solo a chi commette reati in quelle strutture.«Garantire il rispetto delle leggi dentro il carcere è difficile dentro la tua città, figuriamoci a migliaia di chilometri dal tuo territorio», denuncia Alessio Scandurra, dell’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale Antigone. «Il rischio di discriminazione è ovvio e molto difficile da scongiurare. Già nello stesso Paese, in due carceri diversi, i detenuti hanno accesso a servizi di qualità diversa. Prendiamo la sanità: scontare la pena in Calabria, con tutte le difficoltà che ha il sistema sanitario calabrese, è diverso da farla in Toscana dove sono organizzati meglio. Problemi che si moltiplicano fuori dal territorio nazionale».Dietro questi accordi emergono nodi comuni: la difficoltà di garantire standard uniformi di tutela dei diritti, il rischio di mercificazione dei detenuti, le critiche del Cpt e degli istituti nazionali per i diritti umani. Non da ultimo le celle che, come riconoscono gli stessi sindacati penitenziari, vengono «riempite di nuovo a breve». Il caso belga del 2010-2016 resta il precedente più istruttivo: chiuso per ragioni di costo, non aveva inciso in nulla sulle cause del sovraffollamento.
Il mercato europeo delle prigioni
Diversi Paesi hanno provato negli anni a esportare i propri detenuti oltre confine. Senza mai risolvere il problema del sovraffollamento e minando i diritti del







